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"Il restauro dei dipinti e delle sculture lignee" - Giuseppina Perusini, Appunti di Restauro

Riassunto dettagliato che segue pari passo gli argomenti del libro.

Tipologia: Appunti

2020/2021

In vendita dal 04/03/2022

Giusiana21
Giusiana21 🇮🇹

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GIUSEPPINA PERUSINI – IL RESTAURO DEI DIPINTI E DELLE SCULTURE LIGNEE
STORIA TEORIE E TECNICHE
CAPITOLO 2: TEORIA DEL RESTAURO
INTRODUZIONE
Attraverso i secoli si sono venuti lentamente delineando i principi sui quali si basa l’attuale teoria del
restauro che, nelle sue linee fondamentali, appare ormai accettata ovunque, anche se permangono
notevoli discrepanze nelle soluzioni operative che sono legate alle tradizioni tecniche dei diversi paesi o
addirittura dei diversi laboratori.
In realtà siamo ancora lontani da un’assoluta concordia sulle teorie e sui metodi di restauro, vi sono
tuttavia alcuni principi fondamentali che sono ormai accettati da tutti anche se la loro applicazione non è
mai semplice ed univoca.
Al giorno d’oggi il punto di partenza per ogni speculazione teorica sul restauro è il libro di Cesare Brandi
edito nel 1963 ed intitolato TEORIA DEL RESTAURO, a cui è debitrice la CARTA DEL RESTAURO del 1972 e
dal quale derivano concetti e definizioni la cui conoscenza è indispensabile.
LA TEORIA DEL RESTAURO DI CESARE BRANDI: DEFINIZIONE E CARATTERISTICHE DEL RESTAURO
1. IL CONCETTO DI RESTAURO
Si intende per restauro qualsiasi intervento volto a rimettere in efficienza un prodotto dell’attività umana.
Diverse tipologie:
- restauro relativo a manufatti industriali che mira a ripristinarne la funzionalità,
- restauro, più complesso, relativo alle opere d’arte.
Si tratta dunque di stabilire quando un oggetto è un’opera d’arte, ma poiché questo implicherebbe una
definizione di arte, sempre problematica, Cesare Brandi risolve così: il riconoscimento della qualità artistica
di un oggetto avviene nella coscienza d’ognuno.
Quindi:
- è arte ciò a cui un individuo, in un determinato momento, da questo valore,
- dal riconoscimento artistico deriva il comportamento nei riguardi dell’oggetto, compreso il
restauro.
Un’opera d’arte presenta, in quanto tale, un’istanza estetica ed un’istanza storica, pertanto si può definire il
restauro come: il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e
nella sua duplice polarità storica ed estetica in vista della sua trasmissione al futuro.
Da questa definizione derivano i principi pratici su cui si fonda l’operazione di restauro, come: si restaura
solo la materia dell’opera d’arte.
Con questo assioma si vuole sottolineare: il restauro non deve mai intervenire sull’immagine, sulla
figuratività dell’opera.
Può succedere, in fase di restauro, che si debba dare maggiore importanza ad una delle due istanze.
Cesare Grandi privilegia l’istanza estetica poiché: la ragion d’essere di un’opera d’arte è l’estetica e non la
storicità.
Normalmente si cerca di contemperare le due istanze, di conseguenza possiamo dire che: il restauro mira al
ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza compiere un falso
artistico o un falso storico e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera nel tempo.
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2. LA MATERIA DELL’OPERA D’ARTE
Cesare Brandi definisce “materia” dell’opera d’arte tutto ciò che concorre alla manifestazione concreta
dell’immagine ideata dall’artista.
Nella “materia” dell’opera d’arte una parte dei mezzi fisici di cui è composta, la struttura, funge da
supporto per altri ai quali è più strettamente legata l’estrinsecazione dell’immagine, l’aspetto.
- È possibile sostituire una parte della struttura senza che per questo venga alterato l’aspetto
dell’opera (tavole dipinte);
- Non sempre una parte dei mezzi fisici che compongono la materia di un’opera può venire sostituita
senza modificarne anche l’aspetto.
3. L’UNITA’ POTENZIALE DELL’OPERA D’ARTE
Per “unità potenziale” dell’opera d’arte si intende l’unità dell’intero dell’opera d’arte, non dell’unità nel
totale poiché, se così fosse, dovremmo considerare l’opera d’arte come composta di parti le quali sono in
se delle compiute opere d’arte, esercitando su di esse un’attrazione che ne esclude la divisibilità.
L’intero dell’opera d’arte non corrisponde all’intero organico-funzionale del mondo naturale.
L’immagine di un soggetto o di un individuo è completa anche se non vi sono rappresentati tutti gli
elementi che la costituirebbero in base all’esperienza: un’immagine è completa come appare, comunque
appaia (non è mutilata se un uomo è rappresentato a mezzo busto o con un solo braccio).
Non constando di parti, se fisicamente frantumata, l’opera d’arte dovrà continuare ad esistere
potenzialmente come un tutto in ciascuno dei suoi frammenti e questa potenzialità sarà esigibile in
proporzione alla traccia formale superstite.
La reintegrazione deve essere reversibile e facilmente riconoscibile ma senza infrangere l’unità che tende a
ristabilire, per non creare un falso storico e non perpetrare un danno estetico.
4. IL TEMPO RIGUARDO ALL’OPERA D’ARTE
Secondo Cesare Brandi sono presenti nell’opera d’arte 3 tempi:
- primo tempo: estrinsecazione dell’opera da parte dell’artista;
- secondo tempo: intervallo tra la fine del processo creativo e il momento in cui la nostra coscienza
attualizza in se l’opera d’arte,
- terzo tempo: riconoscimento dell’opera d’arte nella coscienza di chi guarda.
È molto importante che, chi restaura un’opera d’arte, abbia chiara coscienza di questi 3 tempi e sappia
esattamente in quale dei 3 inserire l’intervento:
- nel primo tempo sarebbero “restauri di fantasia”,
- nel secondo tempo sarebbero “restauri di ripristino”.
L’unico momento in cui può inserirsi il restauro è quello del presente stesso di chi guarda l’opera.
CONSIDERAZIONI SU ALCUNE OPERAZIONI FONDAMENTALI DEL RESTAURO DALLA TEORIA DI C. BRANDI
1. LA PULITURA
Il problema della pulitura è forse uno dei più delicati e difficili del restauro poiché non esistono delle norme
che possano guidare il restauratore, alla cui capacità è spesso affidata in gran parte quest’operazione.
Un’errata pulitura può provocare infatti dei danni irreparabili, mentre una reintegrazione mal fatta può
essere spesso rimossa senza pregiudizio per l’originale.
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Entrambi questi sistemi possono essere attuati con colori ad acquerello, colori a vernice oppure, nel caso di
affreschi, con colori alla caseina.
La scelta del metodo di reintegrazione viene fatta di volta in volta considerando il tipo di lacuna e di opera
in esame.
Nella reintegrazione vi sono altri due aspetti dei quali bisogna tener conto:
- l'omogeneità dell'intervento nelle varie parti dell'opera,
- la visione d'insieme dell'opera stessa e la sua collocazione nello spazio.
I PRINCIPI FONDAMENTALI DEL RESTAURO
1. LA RICONOSCIBILITA’
Affermando che ogni intervento di restauro deve essere riconoscibile si intende che qualsiasi parte aggiunta
durante l'intervento deve essere distinguibile da quelle originali pur senza recare disturbo alla visione
d'insieme dell'opera.
2. LA REVERSIBILITA’
Secondo tale principio qualsiasi intervento di restauro, sia estetico che conservativo, deve poter essere
rimosso senza danneggiare l'originale.
il rispetto della reversibilità è fondamentale:
- perché un materiale può col tempo alterarsi in maniera tale da non assolvere più le sue funzioni o
addirittura da recare pregiudizio ai materiali costitutivi dell'opera,
- perché è possibile che in un futuro si scoprano dei materiali migliori di quelli impiegati attualmente
che in tal caso devono poter essere sostituiti senza danno per l'opera.
Ai principi della riconoscibilità e della reversibilità va aggiunto un'importante corollario secondo cui il
restauratore deve documentare fotograficamente tutte le fasi di un intervento, precisando anche il tipo e le
modalità di impiego dei materiali usati.
Talvolta il restauro non si limita ad aggiungere delle parti, che ovviamente devono essere riconoscibili e
reversibili, ma rimuove anche interventi del passato che, in tal caso, vanno documentati fotograficamente
precisando nella scheda di restauro le loro caratteristiche tecniche.
Lo stesso vale per i materiali e le tecniche impiegate attualmente, che devono essere accuratamente
descritte nella scheda di restauro in modo da facilitare il lavoro dei restauratori futuri.
3. LA COMPATIBILITA’
Secondo tale principio i materiali impiegati nel restauro non devono recare danno né fisico, si intende
chimico-fisico-meccanico, né estetico ai materiali originali.
L'importanza di tale principio è emersa in maniera macroscopica in seguito all'impiego su vasta scala di
materiali moderni, inadatti al restauro o usati in maniera impropria, che, reagendo agli stress ambientali in
maniera differente dai materiali antichi, hanno causato gravi danni a questi ultimi.
4. L’INTERVENTO MINIMO
Tale principio è forse la più importante acquisizione del restauro negli ultimi anni.
I motivi per cui bisogna limitare l'intervento di restauro al minimo indispensabile sono diversi:
- perché qualsiasi intervento di restauro sottopone l'opera a notevoli stress fisici,
- perché sono pochissimi i materiali e le tecniche di restauro che danno sufficienti garanzie di
reversibilità e inalterabilità nel tempo e che sono compatibili con i materiali originali,
- perché solo in tal modo si garantisce il rispetto di tutte quelle informazioni sulla costituzione sulla
storia di un manufatto che possono essere sia esterne che interne alla materia dell'opera.
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INTERDISCIPLINARIETA’ DEL RESTAURO
Bisogna considerare che oggi il restauro è una scienza interdisciplinare in quanto frutto della collaborazione
fra uno scienziato, uno storico dell'arte ed un restauratore.
questo aspetto di grande importanza e tuttavia fonte di notevoli problemi:
- il primo è costituito dalla collaborazione, non sempre facile, tra questi soggetti,
- il secondo è quello di attribuire identità e dignità ad una scienza che i suoi stessi padri faticano a
riconoscere,
- il terzo è quello di una formazione professionale specifica per questi tre soggetti.
RECENTI SVILUPPI NELLA TEORIA E NELLA PRASSI DELLA CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI
A partire dalla seconda metà degli anni 60:
- alla concezione elitaria di “opera d'arte” s’è venuta sostituendo quella di “bene culturale” con cui si
intende qualsiasi testimonianza materiale che abbia valore di civiltà,
- è stata sottolineata l'importanza del “contesto territoriale” in cui si trovano tali beni, ovvero dello
studio e della salvaguardia di tale contesto come principio fondamentale di qualsiasi corretto
intervento di restauro; Il legame fra un bene culturale e il suo contesto ambientale è infatti
fondamentale garanzia di una sua corretta valorizzazione ed interpretazione,
- aspetto fondamentale della tutela dei beni culturali è l'incredibile aumento della domanda da parte
dei cittadini: ciò dipende dall'evoluzione economica, sociale e culturale del nostro paese, da una
maggiore disponibilità dei mass media e attenzione da parte dei politici verso tali problemi.
In questo passaggio del restauro dalla piccola alla grande dimensione vi sono però, accanto agli innegabili
vantaggi, anche numerosi rischi fra cui, ad esempio, il numero sempre maggiore degli interventi affidati ad
imprese private finanziati con fondi straordinari.
Questi interventi difficilmente possono essere controllati e programmati dagli organi statali preposti a tale
compito poiché, nonostante le ripetute richieste, essi non hanno ricevuto fondi necessari per un
potenziamento delle loro strutture, adeguato alla nuova entità degli interventi.
Tuttavia solo gli organi statali possono assolvere al compito fondamentale della programmazione della
manutenzione ordinaria del patrimonio culturale: Il riflesso teorico di questi ultimi sviluppi corrisponde al
passaggio da un concetto di tutela passiva a quello di tutela attiva.
1. L’AUMENTO DELLA DOMANDA
Negli ultimi 20 anni la domanda di beni culturali proviene da strati sempre più ampi della popolazione
italiana grazie alla maggiore scolarizzazione, al benessere più diffuso e all'aumento del turismo e del tempo
libero.
Tuttavia, come ha giustamente sottolineato Moschini, bisogna distinguere fra “cultura di massa” e
“consumo culturale di massa”.
Mentre l'allargarsi dei conoscitori e dei fruitori dei beni culturali è indubbiamente un aspetto positivo della
società attuale, oltre che un irrinunciabile conquista democratica, il consumo culturale:
- è un'ulteriore fonte di degrado del patrimonio artistico (turismo selvaggio nelle città d'arte),
- è culturalmente negativo poiché comporta la ricezione passiva delle informazioni fornite dai mass
media su questioni, come la qualità di un'opera d'arte o di un restauro, che, al contrario, dovrebbe
sollecitare un giudizio libero, personale e possibile mente documentato de visu sui monumenti o
sugli oggetti di in questione.
Spesso perciò si ottiene un processo educativo all'incontrario, poiché invece di innalzare il livello culturale
del pubblico si abbassa quello del messaggio.
Bisogna quindi analizzare attentamente le ragioni dell'accresciuto interesse attorno ai beni culturali anche
per tentare, se possibile, di limitarne alcuni aspetti aberranti.
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REMOTE SENSING ANALYSIS
Per effettuare indagini sui materiali e sullo stato di conservazione delle opere d'arte si sta sempre più
diffondendo l'uso di radiazioni non visibili all'occhio umano.
Tali sistemi vengono definiti “remote sensing analysis” Poiché utilizzano dei mezzi che sono lontani dalla
nostra percezione, ovvero: raggi ultravioletti (U.V), raggi infrarossi (I.R), raggi X, raggi gamma (γ).
1. RAGGI ULTRAVIOLETTI
Si chiamano così quelle radiazioni elettromagnetiche che hanno lunghezza d'onda compresa all'incirca fra i
100 e i 400 nanometri (mμ).
Un oggetto colpito dai raggi ultravioletti può rifletterli o assorbirli in una maniera differenziata a seconda
dei materiali di cui è composta la superficie; questa infatti può emettere dei raggi U.V “riflessi” che non
sono percepibili dall'occhio umano ma possono venir registrati fotograficamente.
I raggi U.V possono anche eccitare i materiali colpiti, provocando un fenomeno detto “fluorescenza
ultravioletta” che è sia percepibile dall'occhio umano sia registrabile fotograficamente.
La fonte usata per emettere i raggi U.V e la cosiddetta “lampada di Wood” che prende il nome dal fisico
americano che nel 1913 riuscì a costruire una lampada, a vapori di mercurio, che emettesse solo radiazioni
ultraviolette.
Con i raggi U.V si possono evidenziare scritte offuscate o successivi ritocchi e ridipinture.
Queste radiazioni vengono impiegate anche per la spettrofotometria all'ultravioletto che, basandosi sulla
specifica e nota reattività di ogni elemento ai raggi U.V, permette di stabilire quali sono gli elementi
presenti in un micro campione (solubilizzato) prelevato da un'opera d'arte.
2. RAGGI INFRAROSSI
Queste radiazioni sono utilizzate nel campo del restauro sia per il loro potere termico che per la loro
proprietà di attraversare le vernici offuscate e determinati pigmenti, rendendo visibili gli strati sottostanti.
Le radiazioni infrarosse:
- hanno una lunghezza d'onda superiore a quella delle radiazioni visibili,
- non vengono percepite dall'occhio umano,
- possono essere registrate con diverse apparecchiature che vanno dalla semplice macchina
fotografica alle complicate apparecchiature per la riflettografia a raggi infrarossi.
Uno dei più recenti impieghi dei raggi infrarossi nel campo della conservazione è la riflettografia ad
infrarossi che sfrutta la diversa trasparenza dei materiali ai raggi infrarossi per evidenziare gli strati
immediatamente sottostanti.
L'apparecchiatura consiste in una fonte emettitrice di raggi infrarossi e in una telecamera e un monitor che
rendono visibili all'occhio umano le radiazioni riflesse che formano l'immagine dell'oggetto in esame.
Questo sistema permette di evidenziare:
- disegni preparatori, eventuali pentimenti e restauri, firme e date nascoste.
I raggi infrarossi vengono impiegati:
- con la spettrofotometria all'infrarosso,
- per la termografia all'infrarosso, il cui impiego nel campo della conservazione è iniziato da poco e
grazie al quale:
- si possono scoprire eventuali strutture architettoniche sottostanti a quelle visibili,
- si può rilevare il microclima di un ambiente,
- si possono rilevare eventuali differenze termiche anche sui dipinti mobili.
3. RAGGI X
I raggi X o Rontgen (dal nome del fisico tedesco che ne scoprì l'esistenza nel 1895) sono delle radiazioni
elettromagnetiche la cui lunghezza d'onda si situa fra quelle degli ultravioletti e quelle dei raggi gamma.
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L’impiego dei raggi X nel campo della conservazione è prezioso in quanto essi possono attraversare anche
corpi opachi di notevole spessore.
L’immagine che appare sulla lastra radiografica è determinata dal minore o maggiore assorbimento di raggi
X da parte dell'oggetto in esame e soprattutto dalla maggiore opacità ai raggi X di certi pigmenti.
Infatti i pigmenti con elevato peso atomico, come quelli che contengono piombo o mercurio (biacca, minio,
cinabro, litargirio) assorbono maggiormente i raggi X per cui, sulla lastra, risultano più chiari, mentre i
pigmenti organici e certi pigmenti minerali di basso peso atomico appaiono scuri.
La radiografia di un quadro può fornire informazioni:
- sulla tecnica usata dal pittore,
- su eventuali stesure sottostanti,
- può aiutare a stabilire l'autenticità di un'opera.
Disponendo delle radiografie di un certo numero di quadri dello stesso autore, è possibile identificare
alcune caratteristiche interne della sua tecnica difficilmente imitabili da un falsario.
I raggi X purtroppo sono di scarso aiuto nell'analisi delle sculture.
4. RAGGI GAMMA
Tali radiazioni possono avere diverse utilizzazioni in campo artistico.
Possono venire utilizzati:
- come disinfestanti,
- come catalizzatori di alcune resine impiegate per il consolidamento del legno,
- per l'indagine in profondità di oggetti tridimensionali.
5. FOTOGRAMMETRIA
Con la fotogrammetria è possibile ottenere l'immagine (grafica) stereoscopica di un oggetto con le misure
esatte e perfettamente in scala, evitando il lungo lavoro del rilevamento diretto.
Il rilievo fotogrammetrico può essere usato per studiare un edificio, una statua, un affresco.
6. OLOGRAFIA
Il termine olografia deriva dal greco “ολος γραϕω” e significa “registrazione integrale”.
Per mezzo dell'olografia si può registrare su una pellicola simile a quelle fotografiche l'immagine
tridimensionale dell'oggetto in esame.
Tale sistema divenne di più largo impiego a partire dal 1960, cioè dopo l'avvento del laser.
Oltre all’evidente vantaggio di fornire una documentazione tridimensionale dei manufatti artistici, tale
sistema è stato usato anche per studiare lo stato di degrado, non immediatamente percepibile, di taluni
oggetti e le reazioni di alcuni materiali a determinati stress.
7. ULTRASUONI
Gli ultrasuoni vengono usati nel campo del restauro sia per scopi diagnostici sia per scopi operativi.
Con gli ultrasuoni si possono ottenere informazioni sulle discontinuità eventualmente presenti all'interno di
un mezzo materiale.
Gli ultrasuoni sono un onde sonore che hanno frequenza superiore ai 20.000 Hz e la loro velocità di
propagazione (V) dipende dalla densità (D) e dalla elasticità (E) del mezzo materiale entro cui si diffondono.
Le onde sonore si propagano più rapidamente nell'acqua o in un corpo metallico che nell'aria.
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La storia di questo tipo di pittura è iniziata ancor prima che l'uomo imparasse a costruire edifici in
muratura: già nel periodo preistorico venivano eseguite pitture parietali, sebbene si trattasse di semplici
segni tracciati direttamente sulle pareti rocciose senza uno strato d'intonaco.
I primi esempi di intonaco comparvero nell'arte mesopotamica, egiziana, cretese; solo quando negli
intonaci cominciò ad essere mescolata della calce ebbe inizio il vero e proprio procedimento di pittura a
fresco.
Nella pittura murale egiziana:
- gli intonaci erano a base di gesso e argilla a cui veniva aggiunta paglia tritata affinché l'intonaco
avesse maggiore elasticità,
- i colori erano a tempera, rendendo le opere estremamente sensibili all'umidità.
Della pittura murale greca non si è salvato quasi nulla e solo alcuni recenti ritrovamenti hanno permesso di
verificare quanto fino ad ora ci era noto solo grazie alle informazioni di Plinio e di Vitruvio che sono anche le
fonti più autorevoli per la pittura murale romana.
Secondo Vitruvio, la preparazione degli intonaci con più strati successivi (arriccio + intonaco + intonachino)
ebbe inizio in periodo ellenistico e si diffuse in seguito in Italia centrale e quindi a Roma.
Pare che i greci usassero solo 4 colori (rosso, giallo, nero, bianco) e Plinio concordava con Vitruvio, Petronio
e Luciano nel ritenere fra le cause della decadenza della pittura romana del I secolo d.C. il prevalere del
colore sulla forma e il diffondersi dell’ars compendiaria.
Gli etruschi preparavano l’intonaco stendendo sulle pareti un sottile strato d’argilla sopra il quale
passavano poi una mano di latte di calce, successivamente usarono intonaci fatti con sabbia e calce.
Per conoscere la tecnica della pittura murale romana sono importanti i numerosi affreschi emersi in seguito
agli scavi archeologici.
Se Vitruvio parlava di 3 strati d’arriccio e di 3 strati d’intonaco, tale procedimento andò presto
semplificandosi dal II secolo d.C.: gli intonaci furono composti con un solo strato di arriccio e uno di
intonaco.
Dagli affreschi ritrovati a Pompei si è potuto appurare che i romani usavano fare il disegno sull’arriccio
(sinopia) e lo ricoprivano con l’intonachino per giornate.
Si sono poi riscontrate altre tecniche:
- battitura di fili,
- disegno diretto eseguito col pennello e con una punta acuminata direttamente sull’intonaco.
Per conoscere, invece, le tecniche pittoriche del medioevo e dell’età moderna possiamo avvalerci delle
notizie riportate da alcuni manuali dell’epoca:
-SCHEDULA DIVERSARIUM ARTIUM di Teofilo,
-HERMENEIA di Dionigi di Fourna,
-LIBRO DELL’ARTE di Cennino Cennini, redatto alla fine del 300,
-VITE DE’ PIU’ ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI E ARCHITETTI di Vasari,
-PERPECTIVA PICTORUM ET ARCHITECTORUM di Andrea Pozzo.
Le pitture parietali dell’alto medioevo erano quasi sempre a fresco, con ampie finiture a secco, fatte cioè sul
muro già asciutto con i colori stemperati nel latte di calce.
In epoca paleocristiana, bizantina, romanica gli affreschi venivano eseguiti a larghe fasce orizzontali che
seguivano l’andamento dei ponti (impalcature) cominciando dall’alto, per cui si dice che gli affreschi
venivano eseguiti per pontate anziché per giornate.
Nella pittura romanica e bizantina, infine, il disegno preparatorio veniva eseguito direttamente
sull’intonaco.
Tra la fine del 1200 e il 1300 si ebbero 2 innovazioni tecniche di fondamentale importanza:
- uso del disegno preparatorio fatto sull’arriccio (sinopia),
- stesura dell’intonaco per giornate, cioè coprendo coll’intonaco quella parte della sinopia che il
pittore pensava di dipingere in una giornata, ovvero con la malta ancora umida.
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Queste innovazioni erano dovute al raffinamento della tecnica pittorica che richiedeva tempi d’esecuzione
più lunghi e un disegno più accurato.
Fra i primi esempi di affreschi eseguiti con questa tecnica ricordiamo quelli della parte alta della Basilica
Superiore di Assisi.
Nel 1400 all’uso della sinopia si sostituì quello del “cartone”, più adatto all'ulteriore evoluzione della tecnica
pittorica che richiedeva tra l'altro complicati calcoli prospettici.
Con questo sistema:
- l'artista abbozzava un primo schizzo della composizione su scala minore questa veniva
trasportata in scala definitiva su una serie di grandi fogli di carta che, incollati insieme, costituivano
il cartone poi venivano bucherellati contorni delle figure fissato il cartone sul muro, vi si
batteva sopra con un sacchetto pieno di polvere di carbone, in modo che la polvere nera lasciasse
sull’arriccio il disegno dei contorni.
Oltre che con questa tecnica, detta “spolvero”, il disegno poteva essere trasportato dal cartone al muro
premendo con una punta metallica i contorni delle figure che rimanevano così impressi nella malta fresca.
Il cartone poteva venir smembrato per essere utilizzato come guida nella stesura delle varie parti
sull’intonachino: questa tecnica permetteva di utilizzare un cartone più volte ed anche di delegare la parte
più strettamente manuale della trasposizione della disegno sul muro ai discepoli.
Un'altra innovazione di fondamentale importanza fu la “quadrettatura” che facilitava la trascrizione del
disegno di piccolo formato al cartone e al muro.
Questo tipo di trascrizione divenne comune nel 500 e soprattutto nel 600 e nel 700.
Al gusto per le superfici lucide e compatte, caratteristiche degli affreschi del 300 e 400, si venne
sostituendo nei secoli seguenti la predilezione per le superfici granulose che evitavano le “specchiature” e
avevano una maggiore luminosità.
Negli affreschi del 600 e del 700 i colori sono più spessi ed opachi poiché gli artisti usavano mescolare i
pigmenti con acqua di calce per dare maggiore spessore agli impasti.
Nell'800 si diffuse sempre più l'uso della pittura a secco ma continuò ad essere praticata anche quella a
fresco che anzi divenne oggetto di un vero e proprio recupero tecnico-culturale da parte dei Nazareni.
Nel XX secolo hanno avuto il sopravvento le tecniche a secco perché rispondevano meglio ai fini estetici e ai
metodi operativi degli artisti moderni.
Fra i più importanti cicli di pittura murale di questo secolo ricordiamo:
-FREGIO DI BEETHOVEN , eseguito da Gustav Klimt nel 1902, A Vienna,
-SOFFITTO OPERA DI PARIGI dipinto nel 1964 da Marc Chagall,
-MURALES MESSICANI degli anni 20, come quelli di Diego Rivera.
È bene ricordare, infine, altre tecniche che vengono generalmente raggruppate con il nome di pittura a
secco poiché, a differenza di quanto avviene nella pittura a fresco, i colori vengono stesi sull’intonaco già
asciutto:
- pittura a tempera : consiste nel dipingere sull’intonaco asciutto e spennellato con tuorlo e albume
d'uovo, sbattuti con acqua, i colori stemperati con tuorlo d'uovo o con colla animale;
- pittura ad olio : consisteva nel dipingere con olii siccativi sull’intonaco, impregnato con diverse mani
di olio e talvolta coperto da un’imprimitura a base di olio di lino e biacca;
- mezzo fresco : consiste nel dipingere sull’intonaco secco con i colori stemperati nel latte di calce; in
tal modo i pigmenti restano inglobati nel sottile strato di carbonato che l'idrossido di calcio forma
asciugandosi a contatto con l'anidride carbonica dell'aria.
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GIUSEPPINA PERUSINI – IL RESTAURO DEI DIPINTI E DELLE SCULTURE LIGNEE

STORIA TEORIE E TECNICHE

CAPITOLO 2: TEORIA DEL RESTAURO

INTRODUZIONE

Attraverso i secoli si sono venuti lentamente delineando i principi sui quali si basa l’attuale teoria del restauro che, nelle sue linee fondamentali, appare ormai accettata ovunque, anche se permangono notevoli discrepanze nelle soluzioni operative che sono legate alle tradizioni tecniche dei diversi paesi o addirittura dei diversi laboratori. In realtà siamo ancora lontani da un’assoluta concordia sulle teorie e sui metodi di restauro, vi sono tuttavia alcuni principi fondamentali che sono ormai accettati da tutti anche se la loro applicazione non è mai semplice ed univoca. Al giorno d’oggi il punto di partenza per ogni speculazione teorica sul restauro è il libro di Cesare Brandi edito nel 1963 ed intitolato TEORIA DEL RESTAURO , a cui è debitrice la CARTA DEL RESTAURO del 1972 e dal quale derivano concetti e definizioni la cui conoscenza è indispensabile. LA TEORIA DEL RESTAURO DI CESARE BRANDI: DEFINIZIONE E CARATTERISTICHE DEL RESTAURO

1. IL CONCETTO DI RESTAURO Si intende per restauro qualsiasi intervento volto a rimettere in efficienza un prodotto dell’attività umana. Diverse tipologie: - restauro relativo a manufatti industriali che mira a ripristinarne la funzionalità, - restauro, più complesso, relativo alle opere d’arte. Si tratta dunque di stabilire quando un oggetto è un’opera d’arte, ma poiché questo implicherebbe una definizione di arte, sempre problematica, Cesare Brandi risolve così: il riconoscimento della qualità artistica di un oggetto avviene nella coscienza d’ognuno. Quindi: - è arte ciò a cui un individuo, in un determinato momento, da questo valore, - dal riconoscimento artistico deriva il comportamento nei riguardi dell’oggetto, compreso il restauro. Un’opera d’arte presenta, in quanto tale, un’istanza estetica ed un’istanza storica, pertanto si può definire il restauro come: il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità storica ed estetica in vista della sua trasmissione al futuro. Da questa definizione derivano i principi pratici su cui si fonda l’operazione di restauro, come: si restaura solo la materia dell’opera d’arte. Con questo assioma si vuole sottolineare: il restauro non deve mai intervenire sull’immagine, sulla figuratività dell’opera. Può succedere, in fase di restauro, che si debba dare maggiore importanza ad una delle due istanze. Cesare Grandi privilegia l’istanza estetica poiché: la ragion d’essere di un’opera d’arte è l’estetica e non la storicità. Normalmente si cerca di contemperare le due istanze, di conseguenza possiamo dire che: il restauro mira al ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza compiere un falso artistico o un falso storico e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera nel tempo.

2. LA MATERIA DELL’OPERA D’ARTE

Cesare Brandi definisce “materia” dell’opera d’arte tutto ciò che concorre alla manifestazione concreta dell’immagine ideata dall’artista. Nella “materia” dell’opera d’arte una parte dei mezzi fisici di cui è composta, la struttura, funge da supporto per altri ai quali è più strettamente legata l’estrinsecazione dell’immagine, l’aspetto.

  • È possibile sostituire una parte della struttura senza che per questo venga alterato l’aspetto dell’opera (tavole dipinte);
  • Non sempre una parte dei mezzi fisici che compongono la materia di un’opera può venire sostituita senza modificarne anche l’aspetto. 3. L’UNITA’ POTENZIALE DELL’OPERA D’ARTE Per “unità potenziale” dell’opera d’arte si intende l’unità dell’intero dell’opera d’arte, non dell’unità nel totale poiché, se così fosse, dovremmo considerare l’opera d’arte come composta di parti le quali sono in se delle compiute opere d’arte, esercitando su di esse un’attrazione che ne esclude la divisibilità. L’intero dell’opera d’arte non corrisponde all’intero organico-funzionale del mondo naturale. L’immagine di un soggetto o di un individuo è completa anche se non vi sono rappresentati tutti gli elementi che la costituirebbero in base all’esperienza: un’immagine è completa come appare, comunque appaia (non è mutilata se un uomo è rappresentato a mezzo busto o con un solo braccio). Non constando di parti, se fisicamente frantumata, l’opera d’arte dovrà continuare ad esistere potenzialmente come un tutto in ciascuno dei suoi frammenti e questa potenzialità sarà esigibile in proporzione alla traccia formale superstite. La reintegrazione deve essere reversibile e facilmente riconoscibile ma senza infrangere l’unità che tende a ristabilire, per non creare un falso storico e non perpetrare un danno estetico. 4. IL TEMPO RIGUARDO ALL’OPERA D’ARTE Secondo Cesare Brandi sono presenti nell’opera d’arte 3 tempi:
  • primo tempo: estrinsecazione dell’opera da parte dell’artista;
  • secondo tempo: intervallo tra la fine del processo creativo e il momento in cui la nostra coscienza attualizza in se l’opera d’arte,
  • terzo tempo: riconoscimento dell’opera d’arte nella coscienza di chi guarda. È molto importante che, chi restaura un’opera d’arte, abbia chiara coscienza di questi 3 tempi e sappia esattamente in quale dei 3 inserire l’intervento:
  • nel primo tempo sarebbero “restauri di fantasia”,
  • nel secondo tempo sarebbero “restauri di ripristino”. L’unico momento in cui può inserirsi il restauro è quello del presente stesso di chi guarda l’opera. **CONSIDERAZIONI SU ALCUNE OPERAZIONI FONDAMENTALI DEL RESTAURO DALLA TEORIA DI C. BRANDI
  1. LA PULITURA** Il problema della pulitura è forse uno dei più delicati e difficili del restauro poiché non esistono delle norme che possano guidare il restauratore, alla cui capacità è spesso affidata in gran parte quest’operazione. Un’errata pulitura può provocare infatti dei danni irreparabili, mentre una reintegrazione mal fatta può essere spesso rimossa senza pregiudizio per l’originale.

Cesare Brandi scrisse, a tal proposito, un violento articolo criticandole spuliture attuate nei laboratori inglesi cui risposero altrettanto polemicamente i restauratori della National Gallery ai quali il Brandi replicò nuovamente.

  • Una seconda fase della cleaning controversy venne aperta da E. Ruhemann nel 1961 cui replicarono Gombrich, Kurtz, S. Rees Jones ed altri, criticando più o meno concordemente i criteri di pulitura seguiti nei laboratori inglesi. I restauratori inglesi attuavano una “pulitura integrale” che rimuoveva anche la patina (da loro ritenuta sporco) e le velature originali, nel tentativo di ridare all'opera lo aspetto che avrebbe dovuto avere appena uscita dalla bottega dell'artista, sostenendo che le loro puliture erano “oggettive” mentre le “puliture parziali” attuate presso l’I.C.R. erano “soggettive” e quindi arbitrarie poiché venivano affidate al gusto del restauratore, al quale spettava distinguere lo sporco e le vernici successive dalla patina e dalle velature originali. In realtà l'oggettività delle puliture inglesi consisteva nel “ridurre all'osso” i colori credendo così di riportarli alla brillantezza originaria e di recuperare ogni minima variazione grafica e cromatica dell'originale. È evidente però che:
  • l'aspetto “primigenio” così ottenuto era anch’esso “ipotesi critica” del restauratore,
  • questi interventi erano distruttivi in quanto venivano di solito completati da una foderatura che appiattiva completamente i quadri rendendoli simili a riproduzioni fotografiche. Cesare Brandi nota che:
  • è errato voler ricondurre un'opera all'aspetto originario poiché così facendo si cancella il lasso di tempo intercorso fra la sua attuazione,
  • con questa operazione si asportano anche le venature e la patina originali,
  • la patina è quel particolare offuscamento che il tempo sovrappone alla materia dell'opera e va conservata sia per l'istanza storica sia per l'istanza estetica, in quanto costituisce una “sordina” imposta alla materia per impedirle di prevalere sull'immagine. Recentemente il problema della patina è stato ripreso dal Conti il quale, pur condividendo la posizione del Brandi, ne critica le argomentazioni ritenendo che la difesa della patina da un punto di vista puramente teorico, renda la posizione del Brandi altrettanto arbitraria di quella dei restauratori inglesi. Secondo Conti è proprio partendo dalla materia dell'opera d'arte che si può arrivare ad una oggettiva definizione della patina e trovare gli argomenti che giustificano la sua conservazione. Per Conti la patina è un'alterazione del legante originale che, asciugandosi, tende a salire verso la superficie dando ai colori una maggiore profondità e brillantezza. Le puliture inglesi impoveriscono dunque sia l'aspetto materico, sia la qualità pittorica dei quadri. Il brillante aspetto cromatico e la superficie assolutamente piana che dovrebbero facilitare la lettura dell'opera d'arte da parte del grosso pubblico ne travisano in realtà la natura: si tratta dunque di interventi profondamente antidemocratici oltre che anti culturali. Contro le irresponsabili operazioni di pulitura integrale attuate dagli inglesi è insorto anche il Baldini che, avendo ripreso e sviluppato una tesi sostenuta dal Gombrich nel 1960, ha messo in luce come i rapporti fra i colori previsti originariamente dall'artista possono alterarsi nel tempo, per cui rimuovendo uniformemente un ipotetico strato di sporco, non si ritorna ad avere l’opera nelle condizioni iniziali ma al contrario, si evidenzia questo squilibrio. 2. LA REINTEGRAZIONE PITTORICA Qualsiasi sistema si adotti per reintegrare le lacune di un'opera d'arte deve essere distinguibile dall'originale e reversibile, cioè la reintegrazione deve poter essere asportata senza danneggiare l'originale. Prima di analizzare i vari metodi di reintegrazione, bisogna prendere in esame le caratteristiche e i problemi che presenta una lacuna in quanto tale.

Cesare Brandi al problema delle lacune aveva sottolineato come esse danneggino la visione di un'opera non solo in quanto “interruzione del tessuto figurativo” ma anche perché si impongono e se stesse come “figure”, facendo retrocedere a sfondo l'immagine pittorica. La reintegrazione deve dunque ricostruire il tessuto figurativo ristabilendo un collegamento formale e cromatico fra le parti di un'opera interrotte da una lacuna senza attuare una ricostruzione di fantasia della parte mancante. I restauratori del passato attuavano la cosiddetta “reintegrazione mimetica” per cui il ritocco non era distinguibile dall'originale e alcune parti erano ricostruite “di fantasia”. In relazione a questo tipo di restauri, nei primi decenni del nostro secolo prese piede il cosiddetto “restauro archeologico” che evitava qualsiasi tipo di reintegrazione formale e che si concretò nell'uso del “neutro” esteso a qualsiasi tipo di lacuna: tale procedimento finiva per danneggiare l'aspetto estetico dell'opera la cui visione, così facendo, risultava frammentaria. Il concetto di “neutro” è assolutamente utopico, in quanto qualsiasi “neutro” reagisce otticamente con la cromia dell'opera alterandola. Ogni restauratore attua un suo tipo di “neutro” che può essere più o meno felice a seconda della sua capacità e della sua sensibilità. Esempio: reintegrazione attuata sull’ ANNUNCIAZIONE di Antonello da Messina nel museo di Siracusa. Per questi motivi Cesare Brandi riconobbe:

  • lacune reintegrabili da trattare a rigatino,
  • lacune ove è attuabile solo il collegamento cromatico fra i frammenti superstiti, che si può realizzare in modi diversi a seconda delle esigenze dell’opera. Brandi infatti non teorizzò un sistema unico; la diversità delle soluzioni è determinata dalla stessa varietà dei tipi di lacuna:
  • lacune costituite dalla semplice spatinatura o dall’abrasione del colore, reintegrabili a velatura con appositi colori da restauro a vernice o acquerello,
  • lacune che implicano la totale perdita della pellicola pittorica, nelle quali si interviene con lo sporchetto,
  • lacune dove oltre alla pellicola pittorica è andata perduta anche la preparazione, reintegrabili a rigatino, a puntino o con altri sistemi,
  • lacune in cui è andata perduta la pellicola pittorica, la preparazione e il supporto. Rigatino = ricostruzione a tratteggio verticale della policromia all’interno delle lacune affinché, vista da lontano, la lacuna scompaia ma, da vicino, risulti distinguibile dall’originale. Puntino = ricostruzione a puntini (segue le stesse norme del rigatino). Questi principi e questi metodi, applicati dall’I.C.R., solo i più largamente diffusi in Italia e all'estero, ma non sono totalmente condivisi da tutti, ad esempio il Baldini, il quale il Baldini propone due soli tipi di reintegrazione:
  • selezione cromatica: consiste nel collegamento cromatico e formale del tessuto figurativo interrotto seguendo il ductus grafico e formale dell'opera con colori puri, selezionati scomponendo il colore che si vuole reintegrare. Il tratteggio viene eseguito in maniera che i vari colori non si sovrappongano completamente, così che l'occhio li percepisce sia mescolati che allo stato puro. Può essere usata anche per riprodurre l'aspetto dell'oro in foglia.
  • astrazione cromatica: si usa quando non si può più attuare il collegamento formale del tessuto figurativo, interrotto dalla lacuna, senza operare di fantasia. In questo caso si attua solo un collegamento cromatico, utilizzando alcuni dei colori presenti nell'opera in maniera tale da dar vita ad un “neutro” che si colleghi in modo pluri-cromatico ai vari campi di colore e che non muti a seconda dei colori contigui. Il tratteggio è incrociato e i vari colori sono sovrapposti uno all'altro, affinché in parte si fondano e in parte siano percepibili singolarmente e la loro mescolanza avvenga nell'occhio del riguardante.

INTERDISCIPLINARIETA’ DEL RESTAURO

Bisogna considerare che oggi il restauro è una scienza interdisciplinare in quanto frutto della collaborazione fra uno scienziato, uno storico dell'arte ed un restauratore. questo aspetto di grande importanza e tuttavia fonte di notevoli problemi:

  • il primo è costituito dalla collaborazione, non sempre facile, tra questi soggetti,
  • il secondo è quello di attribuire identità e dignità ad una scienza che i suoi stessi padri faticano a riconoscere,
  • il terzo è quello di una formazione professionale specifica per questi tre soggetti. RECENTI SVILUPPI NELLA TEORIA E NELLA PRASSI DELLA CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI A partire dalla seconda metà degli anni 60:
  • alla concezione elitaria di “opera d'arte” s’è venuta sostituendo quella di “bene culturale” con cui si intende qualsiasi testimonianza materiale che abbia valore di civiltà,
  • è stata sottolineata l'importanza del “contesto territoriale” in cui si trovano tali beni, ovvero dello studio e della salvaguardia di tale contesto come principio fondamentale di qualsiasi corretto intervento di restauro; Il legame fra un bene culturale e il suo contesto ambientale è infatti fondamentale garanzia di una sua corretta valorizzazione ed interpretazione,
  • aspetto fondamentale della tutela dei beni culturali è l'incredibile aumento della domanda da parte dei cittadini: ciò dipende dall'evoluzione economica, sociale e culturale del nostro paese, da una maggiore disponibilità dei mass media e attenzione da parte dei politici verso tali problemi. In questo passaggio del restauro dalla piccola alla grande dimensione vi sono però, accanto agli innegabili vantaggi, anche numerosi rischi fra cui, ad esempio, il numero sempre maggiore degli interventi affidati ad imprese private finanziati con fondi straordinari. Questi interventi difficilmente possono essere controllati e programmati dagli organi statali preposti a tale compito poiché, nonostante le ripetute richieste, essi non hanno ricevuto fondi necessari per un potenziamento delle loro strutture, adeguato alla nuova entità degli interventi. Tuttavia solo gli organi statali possono assolvere al compito fondamentale della programmazione della manutenzione ordinaria del patrimonio culturale: Il riflesso teorico di questi ultimi sviluppi corrisponde al passaggio da un concetto di tutela passiva a quello di tutela attiva. 1. L’AUMENTO DELLA DOMANDA Negli ultimi 20 anni la domanda di beni culturali proviene da strati sempre più ampi della popolazione italiana grazie alla maggiore scolarizzazione, al benessere più diffuso e all'aumento del turismo e del tempo libero. Tuttavia, come ha giustamente sottolineato Moschini, bisogna distinguere fra “cultura di massa” e “consumo culturale di massa”. Mentre l'allargarsi dei conoscitori e dei fruitori dei beni culturali è indubbiamente un aspetto positivo della società attuale, oltre che un irrinunciabile conquista democratica, il consumo culturale:
  • è un'ulteriore fonte di degrado del patrimonio artistico (turismo selvaggio nelle città d'arte),
  • è culturalmente negativo poiché comporta la ricezione passiva delle informazioni fornite dai mass media su questioni, come la qualità di un'opera d'arte o di un restauro, che, al contrario, dovrebbe sollecitare un giudizio libero, personale e possibile mente documentato de visu sui monumenti o sugli oggetti di in questione. Spesso perciò si ottiene un processo educativo all'incontrario, poiché invece di innalzare il livello culturale del pubblico si abbassa quello del messaggio. Bisogna quindi analizzare attentamente le ragioni dell'accresciuto interesse attorno ai beni culturali anche per tentare, se possibile, di limitarne alcuni aspetti aberranti.

Come sostiene De Rita le ragioni di questo interesse vanno ricercate nella crescita dei bisogni immateriali che caratterizza tutte le società opulente post-industriali in un cui anche l'aumento del soggettivismo e della ricerca delle radici comuni portano ad un maggiore interesse per il patrimonio culturale che viene visto: nel primo caso come stimolo alla fantasia e all'arricchimento culturale del singolo e nel secondo caso come recupero della memoria collettiva. Tuttavia in un questo aumento della richiesta di cultura che caratterizza la società italiana degli ultimi 15 anni bisogna distinguere quanto è un bisogno genuino da quanto invece è bisogno indotto da un'offerta sempre più agguerrita e smaliziata dalle tecniche del mercato. Tutto ciò ha profondamente mutato la stessa considerazione dei beni culturali.

2. PASSAGGIO DALLA PICCOLA ALLA GRANDE DIMENSIONE Per le motivazioni sopra elencate l'interesse verso i beni culturali, che prima era limitato ad una ristretta cerchia di persone ed aveva un ruolo marginale nella gestione politica ed economica dello Stato, è diventato un aspetto caratterizzante del nostro tempo al punto che, per la prima volta oggi si parla di un “settore” dei beni culturali come del settore della sanità o della scuola. Fino all'inizio degli anni 80 infatti il Ministero poteva disporre solo di finanziamenti modesti, facilmente controllabili e il cui impiego poteva essere adeguatamente programmato dai tecnici delle soprintendenze. Oggi l'afflusso di finanziamenti pubblici e privati ha attirato su questo settore l'interesse di molte grosse imprese che non hanno un'adeguata preparazione in questo campo e che, usufruendo quasi sempre di fondi speciali, possono sfuggire in gran parte al controllo del ministero competente. Dall'altro canto, le strutture del Ministero sono insufficienti alla gestione e al controllo di una tal massa di interventi e giustamente è stato richiesto più volte di impiegare una parte di questi fondi per potenziare e rendere funzionali le strutture del ministero. 3. DALLA TUTELA PASSIVA ALLA TUTELA ATTIVA Al giorno d'oggi si tende sempre più a porre l'accento sull'importanza della fruizione dei beni culturali da parte un pubblico più ampio possibile. la valorizzazione dei beni culturali intesa come necessità di allargare la conoscenza e il godimento dei beni culturali al maggior numero possibile di persone è più che legittima, bisogna sottolineare tuttavia che questo tipo di valorizzazione non ha nulla a che vedere con il ritorno economico o d'immagine che alcune imprese aspettano dai loro interventi di restauro. CAPITOLO 4: SCIENZA E CONSERVAZIONE INTRODUZIONE Già nel passato la scienza aveva contribuito allo studio e alla conservazione dei beni culturali ma si era trattato di contributi sporadici e non sempre positivi mentre il mondo della scienza e quello della cultura rimanevano sostanzialmente distinti. Negli ultimi decenni il contributo della scienza è diventato fondamentale anche in questo caso settore al punto che vi sono state allarmate reazioni, soprattutto da parte degli storici dell'arte che temevano il prevaricare dell'approccio tecnico-scientifico su quello storico-estetico. Il problema tuttavia non è quale tipo di approccio debba prevalere, si tratta piuttosto di definire il ruolo degli scienziati nonché i principi a cui devono adeguarsi i nuovi metodi di indagine e di intervento non che i materiali forniti dalla scienza.

  1. Qual è e quale dovrebbe essere il rapporto fra scienziati storici dell'arte e restauratori? La figura dello scienziato è entrata relativamente da poco accanto a quella dello storico dell'arte e del restauratore nel campo della conservazione.

Ora, in seguito al salto dalla piccola alla grande dimensione che ha caratterizzato questo settore a partire dai primi anni 80 il numero e l'entità degli interventi è aumentato a dismisura ed hanno cominciato ad interessarsi di questo settore anche delle grosse imprese e strane fino ad ora a tal genere di lavori. Ciò comporta delle notevoli difficoltà nel controllo della qualità dei restauri da parte degli organismi competenti: tale controllo potrebbe venir facilitato dall'applicazione di una normativa che stabilisca il tipo dei materiali e degli interventi, come già avviene in altri settori dei lavori pubblici. Nel campo del restauro, tuttavia, l'impiego di una siffatta normativa risulta assai più complesso. SISTEMI D’INDAGINE SENZA PRELEVAMENTO DI CAMPIONI (NON DISTRUTTIVI)

1. RADIAZIONI VISIBILI L'esame ad occhio nudo, con la semplice luce solare o artificiale, cioè impiegando le radiazioni visibili, che hanno lunghezza d'onda (λ) compresa all'incirca fra i 380 e i 760 nanometri, è sempre il primo a cui un'opera viene sottoposta. Ulteriori notizie si possono ottenere con l'esame a luce radente, ovvero collocando un quadro (o una tavola) in modo che la fonte luminosa sia adesso parallela o posta in modo da formare un angolo non superiore ai 20° con la superficie dell’opera. L’illuminazione tangenziale evidenzia: - sollevamenti della pellicola pittorica, - difetti della tela o del supporto ligneo, - informazioni sulla tecnica pittorica. 2. FOTOGRAFIA Qualsiasi tipo di esame che impieghi le radiazioni visibili e documentabile fotograficamente. Per questo motivo tutti i mezzi posti a disposizione dalla moderna tecnica fotografica sono di fondamentale importanza: ogni fase del restauro viene documentata fotograficamente. Applicando la macchina fotografica al microscopio, si possono fotografare: - le sezioni stratigrafiche, - le analisi chimiche fatte su micro campioni, - le alterazioni prodotte da microrganismi. Con le macrofotografie invece si possono visualizzare meglio certe alterazioni della pellicola pittorica o del supporto. 3. LUCE MONOCROMATICA DI SODIO Questa luce fa parte delle radiazioni visibili e viene prodotta da una lampada a vapori di sodio che, emettendo una luce esclusivamente gialla: - permette una visione più netta della forma grafica, - evidenzia i ritocchi, - rende più visibili eventuali scritte nascoste da vernici inscurite, - ha il vantaggio di essere percepibile dall'occhio umano ed il risultato può essere fotografato con una normale pellicola a colori. 3. MICROSCOPIO Si può far rientrare fra i mezzi scientifici che usano le radiazioni visibili anche il microscopio ottico il cui impiego è assai frequente nel campo del restauro. Esaminando al microscopio i frammenti del supporto di un'opera, si possono identificare i tipi di essenza legnosa o di tessuto impiegati e, osservando a luce polarizzata piccoli campioni di colore, si possono individuare i pigmenti minerali usati.

REMOTE SENSING ANALYSIS

Per effettuare indagini sui materiali e sullo stato di conservazione delle opere d'arte si sta sempre più diffondendo l'uso di radiazioni non visibili all'occhio umano. Tali sistemi vengono definiti “remote sensing analysis” Poiché utilizzano dei mezzi che sono lontani dalla nostra percezione, ovvero: raggi ultravioletti (U.V), raggi infrarossi (I.R), raggi X, raggi gamma (γ).

1. RAGGI ULTRAVIOLETTI Si chiamano così quelle radiazioni elettromagnetiche che hanno lunghezza d'onda compresa all'incirca fra i 100 e i 400 nanometri (mμ). Un oggetto colpito dai raggi ultravioletti può rifletterli o assorbirli in una maniera differenziata a seconda dei materiali di cui è composta la superficie; questa infatti può emettere dei raggi U.V “riflessi” che non sono percepibili dall'occhio umano ma possono venir registrati fotograficamente. I raggi U.V possono anche eccitare i materiali colpiti, provocando un fenomeno detto “fluorescenza ultravioletta” che è sia percepibile dall'occhio umano sia registrabile fotograficamente. La fonte usata per emettere i raggi U.V e la cosiddetta “lampada di Wood” che prende il nome dal fisico americano che nel 1913 riuscì a costruire una lampada, a vapori di mercurio, che emettesse solo radiazioni ultraviolette. Con i raggi U.V si possono evidenziare scritte offuscate o successivi ritocchi e ridipinture. Queste radiazioni vengono impiegate anche per la spettrofotometria all'ultravioletto che, basandosi sulla specifica e nota reattività di ogni elemento ai raggi U.V, permette di stabilire quali sono gli elementi presenti in un micro campione (solubilizzato) prelevato da un'opera d'arte. 2. RAGGI INFRAROSSI Queste radiazioni sono utilizzate nel campo del restauro sia per il loro potere termico che per la loro proprietà di attraversare le vernici offuscate e determinati pigmenti, rendendo visibili gli strati sottostanti. Le radiazioni infrarosse: - hanno una lunghezza d'onda superiore a quella delle radiazioni visibili, - non vengono percepite dall'occhio umano, - possono essere registrate con diverse apparecchiature che vanno dalla semplice macchina fotografica alle complicate apparecchiature per la riflettografia a raggi infrarossi. Uno dei più recenti impieghi dei raggi infrarossi nel campo della conservazione è la riflettografia ad infrarossi che sfrutta la diversa trasparenza dei materiali ai raggi infrarossi per evidenziare gli strati immediatamente sottostanti. L'apparecchiatura consiste in una fonte emettitrice di raggi infrarossi e in una telecamera e un monitor che rendono visibili all'occhio umano le radiazioni riflesse che formano l'immagine dell'oggetto in esame. Questo sistema permette di evidenziare: - disegni preparatori, eventuali pentimenti e restauri, firme e date nascoste. I raggi infrarossi vengono impiegati: - con la spettrofotometria all'infrarosso, - per la termografia all'infrarosso, il cui impiego nel campo della conservazione è iniziato da poco e grazie al quale: - si possono scoprire eventuali strutture architettoniche sottostanti a quelle visibili, - si può rilevare il microclima di un ambiente, - si possono rilevare eventuali differenze termiche anche sui dipinti mobili. 3. RAGGI X I raggi X o Rontgen (dal nome del fisico tedesco che ne scoprì l'esistenza nel 1895) sono delle radiazioni elettromagnetiche la cui lunghezza d'onda si situa fra quelle degli ultravioletti e quelle dei raggi gamma.

Ogni mezzo materiale oppone una certa resistenza all'attraversamento da parte di uno fascio di ultrasuoni, tale resistenza viene detta “impedenza acustica” (Z) ed è il prodotto della densità (D) del mezzo per la velocità di propagazione (V) in esso degli suoni (Z= D x V). Attraversando materiali di differente impedenza acustica, il fascio ultrasonico viene in parte trasmesso e in parte riflesso. Bisogna tener presente che tale metodo d'indagine va utilizzato con la dovuta cautela giacché gli ultrasuoni possono sottoporre i materiali analizzati a pericolosi stress fisici. SISTEMI D’INDAGINE CON PRELEVAMENTO DI CAMPIONI (DISTRUTTIVI)

1. STRATIGRAFIE La stratigrafia consiste in un microcampione prelevato da un’opera d’arte lungo un piano perpendicolare alla sua superficie, in modo tale da evidenziare: - vari strati della preparazione, del colore, - eventuali ridipinture. Per esaminare una stratigrafia ci si serve del microscopio; montando una macchina fotografica sul microscopio si possono fotografare: - le stratigrafie, - le eventuali reazioni chimiche eseguite su di esse. 2. ANALISI CHIMICHE E ISTOCHIMICHE L’analisi chimica: - permette di identificare gli elementi presenti in un campione, - offre maggiore precisione e l’impiego di minori quantità di campione, - s’effettua su materiali inorganici, - consiste nel verificare la presenza o meno di un determinato elemento caratterizzante in un campione di cui si è già ipotizzata la composizione, - presenta una maggiore facilità d’esecuzione e richiede minor attrezzatura. L’analisi istochimica: - si basano su reazioni colorimetriche, - servono per identificare la classe di appartenenza e la localizzazione di una sostanza organica in una “sezione sottile”, - servono per distinguere i leganti di natura proteica (è in fase di studio l’impiego della immunofluorescenza) da quelli di natura oleosa. 3. ANALISI FISICHE Questo tipo di indagini ha il vantaggio di offrire risultati molto più precisi (qualitativi e quantitativi) ma richiede apparecchiature sofisticate e costose e dei tecnici in grado di utilizzarle e di interpretarne i risultati. Ricordiamo: - Cromatografia: permette di ottenere analisi qualitative (assai precise) e analisi quantitative. Esistono diversi tipi di cromatografia che si basano tutti sulla separazione delle diverse sostanze presenti nel campione e quindi sul loro riconoscimento. Le varie sostanze vengono distribuite in 2 fasi differenti di cui una (fase mobile) è in movimento rispetto all’altra (fase stazionaria): quando le 2 fasi sono liquide si chiama “cromatografia di ripartizione”, quando la fase stazionaria è solida si chiama “cromatografia di assorbimento”. La più precisa è la gascromatografia, particolarmente adatta all’esame delle sostanze organiche.

Di recente impiego è la pirolisi-gascromatografica che permette l’impiego della gascromatografia anche per sostanze non gassificabili.

  • Spettrofotometria di assorbimento: si basa sul fatto che, quando un fascio di radiazioni elettromagnetiche attraversa una sostanza, nel fascio trasmesso, alcune radiazioni con determinate lunghezze d’onda, diminuiscono d’intensità. Lo spettro delle radiazioni trasmesse prende il nome di “spettro di assorbimento” ed è caratteristico di ogni sostanza. Con tale sistema si possono effettuare analisi qualitative di sostanze organiche (impiegando i raggi infrarossi) o di sostanze inorganiche (usando i raggi ultravioletti) ed anche analisi quantitative che però sono limitate ad alcune sostanze precise.
  • Diffrattometria ai raggi X: si applica alle sostanze inorganiche di natura cristallina e si effettua bombardando con i raggi X il campione da analizzare che li diffrange. I raggi X diffratti vengono registrati graficamente o per mezzo di una pellicola fotografica e i risultati ottenuti permettono di giungere al riconoscimento qualitativo e quantitativo delle sostanze presenti nel campione confrontando il grafico o la lastra ottenuti con quelli di diverse sostanze cristalline.
  • Fluorescenza ai raggi X: si basa sul fatto che alcuni materiali colpiti da radiazioni elettromagnetiche con determinata lunghezza d’onda ne emettono altre con lunghezza d’onda superiore. Tale fenomeno può cessare col cessare della radiazione incidente (fluorescenza) o può durare anche dopo che questa è terminata (fosforescenza).
  • Spettrografia di emissione: sfrutta il fenomeno per cui, fornendo energia termica o elettromagnetica ad una sostanza, gli elettroni in essa contenuti “saltano” a più elevati livelli di energia; cessata l’irradiazione gli elettroni tornano ai livelli originari emettendo radiazioni elettromagnetiche che corrispondono alla differenza di energia fra il livello di partenza e quello di arrivo. L'insieme delle radiazioni emesse costituisce uno spettro di emissione che è caratteristico della sostanza eccitata: tale sistema permette di effettuare indagini qualitative e quantitative su campioni anche piccolissimi e viene impiegato soprattutto per il riconoscimento dei metalli.
  • Spettrografia di assorbimento atomico: analizza e registra l'energia assorbita dagli elettroni di una sostanza per saltare da una livello più basso ad uno più alto: tale sistema serve per effettuare analisi quantitative di elementi inorganici.
  • Spettrografia di massa: si basa su un processo di frammentazione delle molecole della sostanza da analizzare e quindi sulla separazione delle particelle che ne derivano: le particelle così ottenute vengono rilevate da un detector e da un registratore per mezzo dei quali si ottiene lo spettro di massa da cui risultano il tipo e la qualità delle particelle presenti. Tale metodo d'indagine viene usato soprattutto per l'analisi qualitativa e quantitativa delle leghe metalliche. **SISTEMI DI DATAZIONE
  1. CARBONIO 14 (RADIOCARBONIO)** Questo metodo, scoperto dopo la seconda guerra mondiale dal fisico americano William Libby, è applicabile a tutti i materiali che contengono carbonio proveniente da organismi viventi. Infatti tutti gli organismi animali e vegetali durante il loro ciclo vitale, assorbono il carbonio proveniente dall'atmosfera che, accanto al carbonio 12 e 13, contiene una quantità infinitesimale ma costante di carbonio 14 che è un isotopo radioattivo che si produce nelle zone alte dell'atmosfera.

La storia di questo tipo di pittura è iniziata ancor prima che l'uomo imparasse a costruire edifici in muratura: già nel periodo preistorico venivano eseguite pitture parietali, sebbene si trattasse di semplici segni tracciati direttamente sulle pareti rocciose senza uno strato d'intonaco. I primi esempi di intonaco comparvero nell'arte mesopotamica, egiziana, cretese; solo quando negli intonaci cominciò ad essere mescolata della calce ebbe inizio il vero e proprio procedimento di pittura a fresco. Nella pittura murale egiziana:

  • gli intonaci erano a base di gesso e argilla a cui veniva aggiunta paglia tritata affinché l'intonaco avesse maggiore elasticità,
  • i colori erano a tempera, rendendo le opere estremamente sensibili all'umidità. Della pittura murale greca non si è salvato quasi nulla e solo alcuni recenti ritrovamenti hanno permesso di verificare quanto fino ad ora ci era noto solo grazie alle informazioni di Plinio e di Vitruvio che sono anche le fonti più autorevoli per la pittura murale romana. Secondo Vitruvio, la preparazione degli intonaci con più strati successivi (arriccio + intonaco + intonachino) ebbe inizio in periodo ellenistico e si diffuse in seguito in Italia centrale e quindi a Roma. Pare che i greci usassero solo 4 colori (rosso, giallo, nero, bianco) e Plinio concordava con Vitruvio, Petronio e Luciano nel ritenere fra le cause della decadenza della pittura romana del I secolo d.C. il prevalere del colore sulla forma e il diffondersi dell’ars compendiaria. Gli etruschi preparavano l’intonaco stendendo sulle pareti un sottile strato d’argilla sopra il quale passavano poi una mano di latte di calce, successivamente usarono intonaci fatti con sabbia e calce. Per conoscere la tecnica della pittura murale romana sono importanti i numerosi affreschi emersi in seguito agli scavi archeologici. Se Vitruvio parlava di 3 strati d’arriccio e di 3 strati d’intonaco, tale procedimento andò presto semplificandosi dal II secolo d.C.: gli intonaci furono composti con un solo strato di arriccio e uno di intonaco. Dagli affreschi ritrovati a Pompei si è potuto appurare che i romani usavano fare il disegno sull’arriccio (sinopia) e lo ricoprivano con l’intonachino per giornate. Si sono poi riscontrate altre tecniche:
  • battitura di fili,
  • disegno diretto eseguito col pennello e con una punta acuminata direttamente sull’intonaco. Per conoscere, invece, le tecniche pittoriche del medioevo e dell’età moderna possiamo avvalerci delle notizie riportate da alcuni manuali dell’epoca:
  • SCHEDULA DIVERSARIUM ARTIUM di Teofilo,
  • HERMENEIA di Dionigi di Fourna,
  • LIBRO DELL’ARTE di Cennino Cennini, redatto alla fine del 300,
  • VITE DE’ PIU’ ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI E ARCHITETTI di Vasari,
  • PERPECTIVA PICTORUM ET ARCHITECTORUM di Andrea Pozzo. Le pitture parietali dell’alto medioevo erano quasi sempre a fresco, con ampie finiture a secco, fatte cioè sul muro già asciutto con i colori stemperati nel latte di calce. In epoca paleocristiana, bizantina, romanica gli affreschi venivano eseguiti a larghe fasce orizzontali che seguivano l’andamento dei ponti (impalcature) cominciando dall’alto, per cui si dice che gli affreschi venivano eseguiti per pontate anziché per giornate. Nella pittura romanica e bizantina, infine, il disegno preparatorio veniva eseguito direttamente sull’intonaco. Tra la fine del 1200 e il 1300 si ebbero 2 innovazioni tecniche di fondamentale importanza:
  • uso del disegno preparatorio fatto sull’arriccio (sinopia),
  • stesura dell’intonaco per giornate, cioè coprendo coll’intonaco quella parte della sinopia che il pittore pensava di dipingere in una giornata, ovvero con la malta ancora umida.

Queste innovazioni erano dovute al raffinamento della tecnica pittorica che richiedeva tempi d’esecuzione più lunghi e un disegno più accurato. Fra i primi esempi di affreschi eseguiti con questa tecnica ricordiamo quelli della parte alta della Basilica Superiore di Assisi. Nel 1400 all’uso della sinopia si sostituì quello del “cartone”, più adatto all'ulteriore evoluzione della tecnica pittorica che richiedeva tra l'altro complicati calcoli prospettici. Con questo sistema:

  • l'artista abbozzava un primo schizzo della composizione su scala minore  questa veniva trasportata in scala definitiva su una serie di grandi fogli di carta che, incollati insieme, costituivano il cartone  poi venivano bucherellati contorni delle figure  fissato il cartone sul muro, vi si batteva sopra con un sacchetto pieno di polvere di carbone, in modo che la polvere nera lasciasse sull’arriccio il disegno dei contorni. Oltre che con questa tecnica, detta “spolvero”, il disegno poteva essere trasportato dal cartone al muro premendo con una punta metallica i contorni delle figure che rimanevano così impressi nella malta fresca. Il cartone poteva venir smembrato per essere utilizzato come guida nella stesura delle varie parti sull’intonachino: questa tecnica permetteva di utilizzare un cartone più volte ed anche di delegare la parte più strettamente manuale della trasposizione della disegno sul muro ai discepoli. Un'altra innovazione di fondamentale importanza fu la “quadrettatura” che facilitava la trascrizione del disegno di piccolo formato al cartone e al muro. Questo tipo di trascrizione divenne comune nel 500 e soprattutto nel 600 e nel 700. Al gusto per le superfici lucide e compatte, caratteristiche degli affreschi del 300 e 400, si venne sostituendo nei secoli seguenti la predilezione per le superfici granulose che evitavano le “specchiature” e avevano una maggiore luminosità. Negli affreschi del 600 e del 700 i colori sono più spessi ed opachi poiché gli artisti usavano mescolare i pigmenti con acqua di calce per dare maggiore spessore agli impasti. Nell'800 si diffuse sempre più l'uso della pittura a secco ma continuò ad essere praticata anche quella a fresco che anzi divenne oggetto di un vero e proprio recupero tecnico-culturale da parte dei Nazareni. Nel XX secolo hanno avuto il sopravvento le tecniche a secco perché rispondevano meglio ai fini estetici e ai metodi operativi degli artisti moderni. Fra i più importanti cicli di pittura murale di questo secolo ricordiamo:
  • FREGIO DI BEETHOVEN , eseguito da Gustav Klimt nel 1902, A Vienna,
  • SOFFITTO OPERA DI PARIGI dipinto nel 1964 da Marc Chagall,
  • MURALES MESSICANI degli anni 20, come quelli di Diego Rivera. È bene ricordare, infine, altre tecniche che vengono generalmente raggruppate con il nome di pittura a secco poiché, a differenza di quanto avviene nella pittura a fresco, i colori vengono stesi sull’intonaco già asciutto:
  • pittura a tempera: consiste nel dipingere sull’intonaco asciutto e spennellato con tuorlo e albume d'uovo, sbattuti con acqua, i colori stemperati con tuorlo d'uovo o con colla animale;
  • pittura ad olio: consisteva nel dipingere con olii siccativi sull’intonaco, impregnato con diverse mani di olio e talvolta coperto da un’imprimitura a base di olio di lino e biacca;
  • mezzo fresco: consiste nel dipingere sull’intonaco secco con i colori stemperati nel latte di calce; in tal modo i pigmenti restano inglobati nel sottile strato di carbonato che l'idrossido di calcio forma asciugandosi a contatto con l'anidride carbonica dell'aria.

INTONACO ASCIUTTO  IDROSSIDO DI CALCIO IN SUPERFICIE (EVAPORAZIONE ACQUA + CONTATTO

ANIDRIDE CARBONICA) = CARBONATO DI CALCIO IN SUPERFICIE

Non sono dunque i colori ad essere assorbiti dall'intonaco ma è l'idrossido di calcio che sale in superficie ad inglobare la pellicola pittorica. Da quanto detto risulta evidente l'importanza di dipingere sempre sull’intonaco umido; in caso contrario infatti, le particelle di colore non vengono inglobate dal carbonato di calcio e una volta asciutte spolverano. INTONACO UMIDO  COLORE NON INGLOBATO DAL CARBONATO DI CALCIO = SPOLVERO Per questo, se l'intonaco era troppo secco, gli artisti usavano premerlo con la cazzuola per richiamare un po' di umidità alla superficie oppure dipingevano stemperando i colori nel latte di calce che essiccando creava una sottile pellicola di carbonato di calcio. Questa tecnica, detta mezzo fresco, pur dando a queste rifiniture una maggiore stabilità di quelle a secco non ha la solidità del buon fresco. PROCEDIMENTO ESECUTIVO Abbiamo detto che l'intonaco era solitamente costituito da due strati, l’arriccio e l'intonaco. Prima di stendervi sopra l’arriccio, la parete veniva bagnata affinché non assorbisse troppo l'idrossido di calcio contenuto nella malta, impoverendola così del legante e quindi della sua forza di coesione. Quando l’arriccio veniva steso su una parete già intonacata (talvolta anche dipinta) il vecchio intonaco veniva picchiettato per favorire l'adesione di quello nuovo ed è questo il motivo per cui molte pitture scoperte sotto successivi strati di intonaco appaiono tutte bucherellate. Si passava quindi all'esecuzione del disegno preparatorio secondo i sistemi che abbiamo già esaminato e quindi alla stesura dei colori che presenta diverse difficoltà poiché l'affresco non permette cancellature e richiede una notevole velocità d'esecuzione. Il pittore deve poi tener conto dello schiarimento che i colori subiscono asciugandosi e deve limitarsi ad usare quei pigmenti che sono compatibili con la calce, poiché ad esempio quelli a base di piombo non risultano sufficientemente protetti dall'atmosfera o non sopportano la forte basicità della calce per cui debbono essere impiegati a secco o decisamente scartati. La gamma dei colori utilizzabili per la pittura a fresco comprende dunque essenzialmente quei pigmenti minerali che non si alterano a contatto con la calce. Nelle pitture murali si trovano spesso zone durate:

  • eseguite con foglie d'oro o di stagno,
  • rese simili all’oro con una vernice gialla,
  • erano fatte aderire all'intonaco con un collante, detto “missione”, a base di oli siccativi e di resine. È caratteristica di questo periodo anche l'esecuzione in rilievo di piccole parti decorative che generalmente venivano poi dorate. CAUSE DI DEGRADO DEI DIPINTI MURALI CAUSE FISICHE, ACQUA E SALI Lo stato di conservazione di una pittura murale dipende strettamente da quello dell'edificio in cui si trova e fra i primi fattori di degrado vanno annoverate le variazioni termo-igrometriche. L'assorbimento di umidità da parte di un intonaco può avvenire in diversi modi:
  • per infiltrazione dell'acqua piovana, per capillarità, per condensazione.

Le variazioni termo-igrometriche non causano agli intonaci solo degli stress i fisici ma anche dei danni chimici dovuti ai sali disciolti nell'acqua e che, quando questa evapora, possono ricristallizzarsi sulla superficie o immediatamente sotto di essa causandone la disgregazione. In taluni casi, i sali solubili possono venire estratti dalla muratura con impacchi di acqua distillata impiegando dei supporti assorbenti che vengono rimossi quando sono asciutti e la migrazione causata dall'evaporazione dell'acqua, li ha impregnati dei sali già contenuti nel muro. A seconda della natura dei sali possono essere necessari dei trattamenti specifici; tali sali sono essenzialmente i carbonati, i solfati, i cloruri e i nitrati. CARBONATI Il carbonato di calcio è uno dei componenti stessi dell'intonaco e a differenza di altri sali minerali non è solubile in acqua. Un affollamento di persone e certe attività industriali, possono provocare un'alta concentrazione di anidride carbonica che, sciogliendosi nell'acqua contenuta dall'intonaco, si trasforma in acido carbonico, il quale, a sua volta, trasforma il carbonato di calcio in bicarbonato di calcio, che è solubile. ANIDRIDE CARBONICA  SCIOLTA IN ACQUA (INTONACO)  ACIDO CARBONICO  CARBONATO DI CALCIO  BICARBONATO DI CALCIO Quando il muro si asciuga l'acqua, migrando verso l'esterno, porta con sé il bicarbonato di calcio in essa disciolto e quando essa evapora lo deposita sulla superficie sotto forma di una patina biancastra che ha consistenza cornea poiché il bicarbonato, in seguito alla perdita di H₂O e al contatto con la CO₂ dell'aria, si trasforma in CaCO₃ (insolubile). MURO ASCIUTTO  ACQUA + BICARBONATO DI CALCIO MURO ASCIUTTO  ACQUA EVAPORATA (BICARBONATO – ACQUA)  SUPERFICIE MURO  PATINA (BICARBONATO + ANIDRIDE CARBONICA = CARBONATO DI CALCIO) Questa patina può essere rimossa con particolari preparati o nei casi più gravi col bisturi. SOLFATI I solfati che si trovano negli intonaci possono:

  • risalire per capillarità dal terreno,
  • essere prodotti dai solfo-batteri che vivono sui materiali calcarei,
  • essere presenti soprattutto per l'inquinamento atmosferico. In seguito alla combustione degli idrocarburi, lo zolfo in essi contenuto si trasforma in anidride solforosa (SO₂) che, reagendo con l'ossigeno (O₂) dell'aria, diventa anidride solforica (SO₃). COMBUSTIONE IDROCARBURI  ZOLFO  ANIDRIDE SOLFOROSA + OSSIGENO  ANIDRIDE SOLFORICA Quest'ultima, in presenza di umidità, forma acido solforico (H₂SO₄) che attacca il carbonato di calcio trasformandolo in solfato di calcio (CaSO₄) cioè gesso che è solubile in acqua. ANIDRIDE SOLFORICA + ACQUA (UMIDITA’) = ACIDO SOLFORICO  CARBONATO DI CALCIO  SOLFATO DI CALCIO I solfati sono pericolosi perché possono esistere in diversi stati di idratazione che hanno volume differenti: questo significa che le variazioni di volume esercitano delle pressioni sulla struttura porosa dell'intonaco rompendolo in più punti, con la formazione di tanti minuti e caratteristici crateri, per cui alla fine il pigmento spolvera, ovvero cade in minute scaglie.