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Tipologia: Appunti
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Attraverso i secoli si sono venuti lentamente delineando i principi sui quali si basa l’attuale teoria del restauro che, nelle sue linee fondamentali, appare ormai accettata ovunque, anche se permangono notevoli discrepanze nelle soluzioni operative che sono legate alle tradizioni tecniche dei diversi paesi o addirittura dei diversi laboratori. In realtà siamo ancora lontani da un’assoluta concordia sulle teorie e sui metodi di restauro, vi sono tuttavia alcuni principi fondamentali che sono ormai accettati da tutti anche se la loro applicazione non è mai semplice ed univoca. Al giorno d’oggi il punto di partenza per ogni speculazione teorica sul restauro è il libro di Cesare Brandi edito nel 1963 ed intitolato TEORIA DEL RESTAURO , a cui è debitrice la CARTA DEL RESTAURO del 1972 e dal quale derivano concetti e definizioni la cui conoscenza è indispensabile. LA TEORIA DEL RESTAURO DI CESARE BRANDI: DEFINIZIONE E CARATTERISTICHE DEL RESTAURO
1. IL CONCETTO DI RESTAURO Si intende per restauro qualsiasi intervento volto a rimettere in efficienza un prodotto dell’attività umana. Diverse tipologie: - restauro relativo a manufatti industriali che mira a ripristinarne la funzionalità, - restauro, più complesso, relativo alle opere d’arte. Si tratta dunque di stabilire quando un oggetto è un’opera d’arte, ma poiché questo implicherebbe una definizione di arte, sempre problematica, Cesare Brandi risolve così: il riconoscimento della qualità artistica di un oggetto avviene nella coscienza d’ognuno. Quindi: - è arte ciò a cui un individuo, in un determinato momento, da questo valore, - dal riconoscimento artistico deriva il comportamento nei riguardi dell’oggetto, compreso il restauro. Un’opera d’arte presenta, in quanto tale, un’istanza estetica ed un’istanza storica, pertanto si può definire il restauro come: il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità storica ed estetica in vista della sua trasmissione al futuro. Da questa definizione derivano i principi pratici su cui si fonda l’operazione di restauro, come: si restaura solo la materia dell’opera d’arte. Con questo assioma si vuole sottolineare: il restauro non deve mai intervenire sull’immagine, sulla figuratività dell’opera. Può succedere, in fase di restauro, che si debba dare maggiore importanza ad una delle due istanze. Cesare Grandi privilegia l’istanza estetica poiché: la ragion d’essere di un’opera d’arte è l’estetica e non la storicità. Normalmente si cerca di contemperare le due istanze, di conseguenza possiamo dire che: il restauro mira al ristabilimento dell’unità potenziale dell’opera d’arte, purché ciò sia possibile senza compiere un falso artistico o un falso storico e senza cancellare ogni traccia del passaggio dell’opera nel tempo.
Cesare Brandi definisce “materia” dell’opera d’arte tutto ciò che concorre alla manifestazione concreta dell’immagine ideata dall’artista. Nella “materia” dell’opera d’arte una parte dei mezzi fisici di cui è composta, la struttura, funge da supporto per altri ai quali è più strettamente legata l’estrinsecazione dell’immagine, l’aspetto.
Cesare Brandi scrisse, a tal proposito, un violento articolo criticandole spuliture attuate nei laboratori inglesi cui risposero altrettanto polemicamente i restauratori della National Gallery ai quali il Brandi replicò nuovamente.
Cesare Brandi al problema delle lacune aveva sottolineato come esse danneggino la visione di un'opera non solo in quanto “interruzione del tessuto figurativo” ma anche perché si impongono e se stesse come “figure”, facendo retrocedere a sfondo l'immagine pittorica. La reintegrazione deve dunque ricostruire il tessuto figurativo ristabilendo un collegamento formale e cromatico fra le parti di un'opera interrotte da una lacuna senza attuare una ricostruzione di fantasia della parte mancante. I restauratori del passato attuavano la cosiddetta “reintegrazione mimetica” per cui il ritocco non era distinguibile dall'originale e alcune parti erano ricostruite “di fantasia”. In relazione a questo tipo di restauri, nei primi decenni del nostro secolo prese piede il cosiddetto “restauro archeologico” che evitava qualsiasi tipo di reintegrazione formale e che si concretò nell'uso del “neutro” esteso a qualsiasi tipo di lacuna: tale procedimento finiva per danneggiare l'aspetto estetico dell'opera la cui visione, così facendo, risultava frammentaria. Il concetto di “neutro” è assolutamente utopico, in quanto qualsiasi “neutro” reagisce otticamente con la cromia dell'opera alterandola. Ogni restauratore attua un suo tipo di “neutro” che può essere più o meno felice a seconda della sua capacità e della sua sensibilità. Esempio: reintegrazione attuata sull’ ANNUNCIAZIONE di Antonello da Messina nel museo di Siracusa. Per questi motivi Cesare Brandi riconobbe:
Bisogna considerare che oggi il restauro è una scienza interdisciplinare in quanto frutto della collaborazione fra uno scienziato, uno storico dell'arte ed un restauratore. questo aspetto di grande importanza e tuttavia fonte di notevoli problemi:
Come sostiene De Rita le ragioni di questo interesse vanno ricercate nella crescita dei bisogni immateriali che caratterizza tutte le società opulente post-industriali in un cui anche l'aumento del soggettivismo e della ricerca delle radici comuni portano ad un maggiore interesse per il patrimonio culturale che viene visto: nel primo caso come stimolo alla fantasia e all'arricchimento culturale del singolo e nel secondo caso come recupero della memoria collettiva. Tuttavia in un questo aumento della richiesta di cultura che caratterizza la società italiana degli ultimi 15 anni bisogna distinguere quanto è un bisogno genuino da quanto invece è bisogno indotto da un'offerta sempre più agguerrita e smaliziata dalle tecniche del mercato. Tutto ciò ha profondamente mutato la stessa considerazione dei beni culturali.
2. PASSAGGIO DALLA PICCOLA ALLA GRANDE DIMENSIONE Per le motivazioni sopra elencate l'interesse verso i beni culturali, che prima era limitato ad una ristretta cerchia di persone ed aveva un ruolo marginale nella gestione politica ed economica dello Stato, è diventato un aspetto caratterizzante del nostro tempo al punto che, per la prima volta oggi si parla di un “settore” dei beni culturali come del settore della sanità o della scuola. Fino all'inizio degli anni 80 infatti il Ministero poteva disporre solo di finanziamenti modesti, facilmente controllabili e il cui impiego poteva essere adeguatamente programmato dai tecnici delle soprintendenze. Oggi l'afflusso di finanziamenti pubblici e privati ha attirato su questo settore l'interesse di molte grosse imprese che non hanno un'adeguata preparazione in questo campo e che, usufruendo quasi sempre di fondi speciali, possono sfuggire in gran parte al controllo del ministero competente. Dall'altro canto, le strutture del Ministero sono insufficienti alla gestione e al controllo di una tal massa di interventi e giustamente è stato richiesto più volte di impiegare una parte di questi fondi per potenziare e rendere funzionali le strutture del ministero. 3. DALLA TUTELA PASSIVA ALLA TUTELA ATTIVA Al giorno d'oggi si tende sempre più a porre l'accento sull'importanza della fruizione dei beni culturali da parte un pubblico più ampio possibile. la valorizzazione dei beni culturali intesa come necessità di allargare la conoscenza e il godimento dei beni culturali al maggior numero possibile di persone è più che legittima, bisogna sottolineare tuttavia che questo tipo di valorizzazione non ha nulla a che vedere con il ritorno economico o d'immagine che alcune imprese aspettano dai loro interventi di restauro. CAPITOLO 4: SCIENZA E CONSERVAZIONE INTRODUZIONE Già nel passato la scienza aveva contribuito allo studio e alla conservazione dei beni culturali ma si era trattato di contributi sporadici e non sempre positivi mentre il mondo della scienza e quello della cultura rimanevano sostanzialmente distinti. Negli ultimi decenni il contributo della scienza è diventato fondamentale anche in questo caso settore al punto che vi sono state allarmate reazioni, soprattutto da parte degli storici dell'arte che temevano il prevaricare dell'approccio tecnico-scientifico su quello storico-estetico. Il problema tuttavia non è quale tipo di approccio debba prevalere, si tratta piuttosto di definire il ruolo degli scienziati nonché i principi a cui devono adeguarsi i nuovi metodi di indagine e di intervento non che i materiali forniti dalla scienza.
Ora, in seguito al salto dalla piccola alla grande dimensione che ha caratterizzato questo settore a partire dai primi anni 80 il numero e l'entità degli interventi è aumentato a dismisura ed hanno cominciato ad interessarsi di questo settore anche delle grosse imprese e strane fino ad ora a tal genere di lavori. Ciò comporta delle notevoli difficoltà nel controllo della qualità dei restauri da parte degli organismi competenti: tale controllo potrebbe venir facilitato dall'applicazione di una normativa che stabilisca il tipo dei materiali e degli interventi, come già avviene in altri settori dei lavori pubblici. Nel campo del restauro, tuttavia, l'impiego di una siffatta normativa risulta assai più complesso. SISTEMI D’INDAGINE SENZA PRELEVAMENTO DI CAMPIONI (NON DISTRUTTIVI)
1. RADIAZIONI VISIBILI L'esame ad occhio nudo, con la semplice luce solare o artificiale, cioè impiegando le radiazioni visibili, che hanno lunghezza d'onda (λ) compresa all'incirca fra i 380 e i 760 nanometri, è sempre il primo a cui un'opera viene sottoposta. Ulteriori notizie si possono ottenere con l'esame a luce radente, ovvero collocando un quadro (o una tavola) in modo che la fonte luminosa sia adesso parallela o posta in modo da formare un angolo non superiore ai 20° con la superficie dell’opera. L’illuminazione tangenziale evidenzia: - sollevamenti della pellicola pittorica, - difetti della tela o del supporto ligneo, - informazioni sulla tecnica pittorica. 2. FOTOGRAFIA Qualsiasi tipo di esame che impieghi le radiazioni visibili e documentabile fotograficamente. Per questo motivo tutti i mezzi posti a disposizione dalla moderna tecnica fotografica sono di fondamentale importanza: ogni fase del restauro viene documentata fotograficamente. Applicando la macchina fotografica al microscopio, si possono fotografare: - le sezioni stratigrafiche, - le analisi chimiche fatte su micro campioni, - le alterazioni prodotte da microrganismi. Con le macrofotografie invece si possono visualizzare meglio certe alterazioni della pellicola pittorica o del supporto. 3. LUCE MONOCROMATICA DI SODIO Questa luce fa parte delle radiazioni visibili e viene prodotta da una lampada a vapori di sodio che, emettendo una luce esclusivamente gialla: - permette una visione più netta della forma grafica, - evidenzia i ritocchi, - rende più visibili eventuali scritte nascoste da vernici inscurite, - ha il vantaggio di essere percepibile dall'occhio umano ed il risultato può essere fotografato con una normale pellicola a colori. 3. MICROSCOPIO Si può far rientrare fra i mezzi scientifici che usano le radiazioni visibili anche il microscopio ottico il cui impiego è assai frequente nel campo del restauro. Esaminando al microscopio i frammenti del supporto di un'opera, si possono identificare i tipi di essenza legnosa o di tessuto impiegati e, osservando a luce polarizzata piccoli campioni di colore, si possono individuare i pigmenti minerali usati.
Per effettuare indagini sui materiali e sullo stato di conservazione delle opere d'arte si sta sempre più diffondendo l'uso di radiazioni non visibili all'occhio umano. Tali sistemi vengono definiti “remote sensing analysis” Poiché utilizzano dei mezzi che sono lontani dalla nostra percezione, ovvero: raggi ultravioletti (U.V), raggi infrarossi (I.R), raggi X, raggi gamma (γ).
1. RAGGI ULTRAVIOLETTI Si chiamano così quelle radiazioni elettromagnetiche che hanno lunghezza d'onda compresa all'incirca fra i 100 e i 400 nanometri (mμ). Un oggetto colpito dai raggi ultravioletti può rifletterli o assorbirli in una maniera differenziata a seconda dei materiali di cui è composta la superficie; questa infatti può emettere dei raggi U.V “riflessi” che non sono percepibili dall'occhio umano ma possono venir registrati fotograficamente. I raggi U.V possono anche eccitare i materiali colpiti, provocando un fenomeno detto “fluorescenza ultravioletta” che è sia percepibile dall'occhio umano sia registrabile fotograficamente. La fonte usata per emettere i raggi U.V e la cosiddetta “lampada di Wood” che prende il nome dal fisico americano che nel 1913 riuscì a costruire una lampada, a vapori di mercurio, che emettesse solo radiazioni ultraviolette. Con i raggi U.V si possono evidenziare scritte offuscate o successivi ritocchi e ridipinture. Queste radiazioni vengono impiegate anche per la spettrofotometria all'ultravioletto che, basandosi sulla specifica e nota reattività di ogni elemento ai raggi U.V, permette di stabilire quali sono gli elementi presenti in un micro campione (solubilizzato) prelevato da un'opera d'arte. 2. RAGGI INFRAROSSI Queste radiazioni sono utilizzate nel campo del restauro sia per il loro potere termico che per la loro proprietà di attraversare le vernici offuscate e determinati pigmenti, rendendo visibili gli strati sottostanti. Le radiazioni infrarosse: - hanno una lunghezza d'onda superiore a quella delle radiazioni visibili, - non vengono percepite dall'occhio umano, - possono essere registrate con diverse apparecchiature che vanno dalla semplice macchina fotografica alle complicate apparecchiature per la riflettografia a raggi infrarossi. Uno dei più recenti impieghi dei raggi infrarossi nel campo della conservazione è la riflettografia ad infrarossi che sfrutta la diversa trasparenza dei materiali ai raggi infrarossi per evidenziare gli strati immediatamente sottostanti. L'apparecchiatura consiste in una fonte emettitrice di raggi infrarossi e in una telecamera e un monitor che rendono visibili all'occhio umano le radiazioni riflesse che formano l'immagine dell'oggetto in esame. Questo sistema permette di evidenziare: - disegni preparatori, eventuali pentimenti e restauri, firme e date nascoste. I raggi infrarossi vengono impiegati: - con la spettrofotometria all'infrarosso, - per la termografia all'infrarosso, il cui impiego nel campo della conservazione è iniziato da poco e grazie al quale: - si possono scoprire eventuali strutture architettoniche sottostanti a quelle visibili, - si può rilevare il microclima di un ambiente, - si possono rilevare eventuali differenze termiche anche sui dipinti mobili. 3. RAGGI X I raggi X o Rontgen (dal nome del fisico tedesco che ne scoprì l'esistenza nel 1895) sono delle radiazioni elettromagnetiche la cui lunghezza d'onda si situa fra quelle degli ultravioletti e quelle dei raggi gamma.
Ogni mezzo materiale oppone una certa resistenza all'attraversamento da parte di uno fascio di ultrasuoni, tale resistenza viene detta “impedenza acustica” (Z) ed è il prodotto della densità (D) del mezzo per la velocità di propagazione (V) in esso degli suoni (Z= D x V). Attraversando materiali di differente impedenza acustica, il fascio ultrasonico viene in parte trasmesso e in parte riflesso. Bisogna tener presente che tale metodo d'indagine va utilizzato con la dovuta cautela giacché gli ultrasuoni possono sottoporre i materiali analizzati a pericolosi stress fisici. SISTEMI D’INDAGINE CON PRELEVAMENTO DI CAMPIONI (DISTRUTTIVI)
1. STRATIGRAFIE La stratigrafia consiste in un microcampione prelevato da un’opera d’arte lungo un piano perpendicolare alla sua superficie, in modo tale da evidenziare: - vari strati della preparazione, del colore, - eventuali ridipinture. Per esaminare una stratigrafia ci si serve del microscopio; montando una macchina fotografica sul microscopio si possono fotografare: - le stratigrafie, - le eventuali reazioni chimiche eseguite su di esse. 2. ANALISI CHIMICHE E ISTOCHIMICHE L’analisi chimica: - permette di identificare gli elementi presenti in un campione, - offre maggiore precisione e l’impiego di minori quantità di campione, - s’effettua su materiali inorganici, - consiste nel verificare la presenza o meno di un determinato elemento caratterizzante in un campione di cui si è già ipotizzata la composizione, - presenta una maggiore facilità d’esecuzione e richiede minor attrezzatura. L’analisi istochimica: - si basano su reazioni colorimetriche, - servono per identificare la classe di appartenenza e la localizzazione di una sostanza organica in una “sezione sottile”, - servono per distinguere i leganti di natura proteica (è in fase di studio l’impiego della immunofluorescenza) da quelli di natura oleosa. 3. ANALISI FISICHE Questo tipo di indagini ha il vantaggio di offrire risultati molto più precisi (qualitativi e quantitativi) ma richiede apparecchiature sofisticate e costose e dei tecnici in grado di utilizzarle e di interpretarne i risultati. Ricordiamo: - Cromatografia: permette di ottenere analisi qualitative (assai precise) e analisi quantitative. Esistono diversi tipi di cromatografia che si basano tutti sulla separazione delle diverse sostanze presenti nel campione e quindi sul loro riconoscimento. Le varie sostanze vengono distribuite in 2 fasi differenti di cui una (fase mobile) è in movimento rispetto all’altra (fase stazionaria): quando le 2 fasi sono liquide si chiama “cromatografia di ripartizione”, quando la fase stazionaria è solida si chiama “cromatografia di assorbimento”. La più precisa è la gascromatografia, particolarmente adatta all’esame delle sostanze organiche.
Di recente impiego è la pirolisi-gascromatografica che permette l’impiego della gascromatografia anche per sostanze non gassificabili.
La storia di questo tipo di pittura è iniziata ancor prima che l'uomo imparasse a costruire edifici in muratura: già nel periodo preistorico venivano eseguite pitture parietali, sebbene si trattasse di semplici segni tracciati direttamente sulle pareti rocciose senza uno strato d'intonaco. I primi esempi di intonaco comparvero nell'arte mesopotamica, egiziana, cretese; solo quando negli intonaci cominciò ad essere mescolata della calce ebbe inizio il vero e proprio procedimento di pittura a fresco. Nella pittura murale egiziana:
Queste innovazioni erano dovute al raffinamento della tecnica pittorica che richiedeva tempi d’esecuzione più lunghi e un disegno più accurato. Fra i primi esempi di affreschi eseguiti con questa tecnica ricordiamo quelli della parte alta della Basilica Superiore di Assisi. Nel 1400 all’uso della sinopia si sostituì quello del “cartone”, più adatto all'ulteriore evoluzione della tecnica pittorica che richiedeva tra l'altro complicati calcoli prospettici. Con questo sistema:
Non sono dunque i colori ad essere assorbiti dall'intonaco ma è l'idrossido di calcio che sale in superficie ad inglobare la pellicola pittorica. Da quanto detto risulta evidente l'importanza di dipingere sempre sull’intonaco umido; in caso contrario infatti, le particelle di colore non vengono inglobate dal carbonato di calcio e una volta asciutte spolverano. INTONACO UMIDO COLORE NON INGLOBATO DAL CARBONATO DI CALCIO = SPOLVERO Per questo, se l'intonaco era troppo secco, gli artisti usavano premerlo con la cazzuola per richiamare un po' di umidità alla superficie oppure dipingevano stemperando i colori nel latte di calce che essiccando creava una sottile pellicola di carbonato di calcio. Questa tecnica, detta mezzo fresco, pur dando a queste rifiniture una maggiore stabilità di quelle a secco non ha la solidità del buon fresco. PROCEDIMENTO ESECUTIVO Abbiamo detto che l'intonaco era solitamente costituito da due strati, l’arriccio e l'intonaco. Prima di stendervi sopra l’arriccio, la parete veniva bagnata affinché non assorbisse troppo l'idrossido di calcio contenuto nella malta, impoverendola così del legante e quindi della sua forza di coesione. Quando l’arriccio veniva steso su una parete già intonacata (talvolta anche dipinta) il vecchio intonaco veniva picchiettato per favorire l'adesione di quello nuovo ed è questo il motivo per cui molte pitture scoperte sotto successivi strati di intonaco appaiono tutte bucherellate. Si passava quindi all'esecuzione del disegno preparatorio secondo i sistemi che abbiamo già esaminato e quindi alla stesura dei colori che presenta diverse difficoltà poiché l'affresco non permette cancellature e richiede una notevole velocità d'esecuzione. Il pittore deve poi tener conto dello schiarimento che i colori subiscono asciugandosi e deve limitarsi ad usare quei pigmenti che sono compatibili con la calce, poiché ad esempio quelli a base di piombo non risultano sufficientemente protetti dall'atmosfera o non sopportano la forte basicità della calce per cui debbono essere impiegati a secco o decisamente scartati. La gamma dei colori utilizzabili per la pittura a fresco comprende dunque essenzialmente quei pigmenti minerali che non si alterano a contatto con la calce. Nelle pitture murali si trovano spesso zone durate:
Le variazioni termo-igrometriche non causano agli intonaci solo degli stress i fisici ma anche dei danni chimici dovuti ai sali disciolti nell'acqua e che, quando questa evapora, possono ricristallizzarsi sulla superficie o immediatamente sotto di essa causandone la disgregazione. In taluni casi, i sali solubili possono venire estratti dalla muratura con impacchi di acqua distillata impiegando dei supporti assorbenti che vengono rimossi quando sono asciutti e la migrazione causata dall'evaporazione dell'acqua, li ha impregnati dei sali già contenuti nel muro. A seconda della natura dei sali possono essere necessari dei trattamenti specifici; tali sali sono essenzialmente i carbonati, i solfati, i cloruri e i nitrati. CARBONATI Il carbonato di calcio è uno dei componenti stessi dell'intonaco e a differenza di altri sali minerali non è solubile in acqua. Un affollamento di persone e certe attività industriali, possono provocare un'alta concentrazione di anidride carbonica che, sciogliendosi nell'acqua contenuta dall'intonaco, si trasforma in acido carbonico, il quale, a sua volta, trasforma il carbonato di calcio in bicarbonato di calcio, che è solubile. ANIDRIDE CARBONICA SCIOLTA IN ACQUA (INTONACO) ACIDO CARBONICO CARBONATO DI CALCIO BICARBONATO DI CALCIO Quando il muro si asciuga l'acqua, migrando verso l'esterno, porta con sé il bicarbonato di calcio in essa disciolto e quando essa evapora lo deposita sulla superficie sotto forma di una patina biancastra che ha consistenza cornea poiché il bicarbonato, in seguito alla perdita di H₂O e al contatto con la CO₂ dell'aria, si trasforma in CaCO₃ (insolubile). MURO ASCIUTTO ACQUA + BICARBONATO DI CALCIO MURO ASCIUTTO ACQUA EVAPORATA (BICARBONATO – ACQUA) SUPERFICIE MURO PATINA (BICARBONATO + ANIDRIDE CARBONICA = CARBONATO DI CALCIO) Questa patina può essere rimossa con particolari preparati o nei casi più gravi col bisturi. SOLFATI I solfati che si trovano negli intonaci possono: