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Articolo
La burrascosa storia di come Moratti acquistò l'Inter
24 apr 2025
Intrighi, proteste, tensioni e l'arrivo di un presidente generoso.
(articolo)
23 min
(copertina)
Foto MAGO / IPA Photo
(copertina) Foto MAGO / IPA Photo
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Il 13 ottobre 2022, in Galleria a Milano, ho assistito alla presentazione di un libro su Mourinho e ad affiancare l'autore c'era Massimo Moratti. Era da parecchio che non mi capitava di vedere l'ex presidente dell'Inter dal vivo, da quando ragazzino lo incrociavo a passeggio per Forte dei Marmi e, da buon milanista inveterato, lo guardavo storto. Con il tempo sono diventato più benevolo.

Erano gli anni Novanta e a differenza di tanti compagni di spiaggia non mi era mai capitato di frequentare la sua casa fortemarmina, forse questo mi feriva. I racconti di quel grande giardino, in parte ricoperto dall'erba alta e da spighe di grano selvatico, con due porte, nessuna linea e siepi a delimitare alla meglio il campo di gioco mi arrivavano di sponda. Si diceva di partite infinite, lunghe interi pomeriggi. Di un frigo anni Sessanta della Coca Cola, di quelli con l'apribottiglie incorporato, pieno di bibite a disposizione di tutti gli ospiti. Di carovane di cinquanta adolescenti in bicicletta pronti a sfidarsi fino a sera, una squadra a petto nudo l'altra con la maglietta, sotto il sole d'agosto. Di Simeone, Recoba, Ganz e tanti altri campioni dell'Inter di quegli anni pronti a mostrare qualche colpo di repertorio, tra battute e familiarità. Ma soprattutto di Moratti, in tenuta tennistica, svettante e un po' allampanato, con quel suo capello sempre scarmigliato, calzettoni di spugna sin sotto il ginocchio e Superga di tela candide, cimentarsi con i ragazzi nel ruolo di fantasista incostante. Come il suo amato “Chino”.

Mi sono tornati in mente in un flash quegli anni, sentendolo parlare di calcio a pochi passi da me. La sua voce profonda, quel suo accento meneghino, quel suo modo di esprimersi che qualcuno ha ribattezzato “morattese”. Quei “credo che” usati come intercalare, il “signor” associato al cognome per marcare le distanze dal giocatore negletto, l'aggettivo “simpattìco” distribuito a piene mani, tanto che ne hanno fatto il titolo del documentario sulla sua presidenza. Nella scala della rabbia morattiana, inventata da un sito interista ormai scomparso, “non è una cosa simpattìca” è l'espressione massima del suo livore.