Le violente proteste a Dacca hanno spinto la premier Sheikh Hasina all'esilio e insediato il premio Nobel Muhammad Yunus alla guida di un governo ad interim. Dietro la "primavera bangladese" si nascondono gruppi islamisti e pressioni esterne. Il destino dell'ex Pakistan orientale pesa sulle relazioni tra Stati Uniti e India.
Dacca, 5 agosto 2024: i manifestanti antigovernativi espongono la bandiera nazionale del Bangladesh mentre assaltano il palazzo del primo ministro Sheikh Hasina. Foto di K M Asad/Afp via Getty Images.
Din don, la strega è morta. O meglio, la strega è scappata in elicottero per atterrare a Delhi: democrazia e libertà trionfano in Bangladesh, i coraggiosi studenti che lottano per abbattere il tiranno hanno vinto, al governo siede un ottantenne premio Nobel per la pace benedetto da militari e integralisti islamici, tra poco le fontane daranno vino (analcolico, si intende), dagli alberi pioveranno monete d’oro e tutti vivranno felici e contenti.
L’attuale crisi sistemica colpisce Stati Uniti ed Europa. In gioco ci sono i vecchi valori tradizionali, oggetto della guerra culturale in corso. Si punta il dito sui partiti al potere. E i partiti all’opposizione ne raccolgono i guadagni in termini elettorali.
In Pakistan, il governo controlla il paese tramite una pervasiva presenza di esercito, brogli elettorali e violenze diffuse. La nazione è allo sbando, divisa tra chi scappa e chi resta, protestando o prendendo le armi. Sbarazzarsi del partito di Khan è la punta dell'iceberg delle numerose fratture pakistane. Ma potrebbe condurre a una guerra civile.
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