LA CINA RESTA UN GIALLO
I misteri dei palazzi di Pechino
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Una ricostruzione ragionata dei negoziati con cui il presidente Clinton tentò inutilmente di passare alla storia. I progressi e i punti di attrito fra israeliani e palestinesi. Lo scontro delle mentalità e la diversa percezione della storia.
DI FRONTE ALLA REALTÀ DI UN CONFLITTO che si protrae ormai da un secolo e che negli ultimi tempi è divenuto ancora più drammatico, è doveroso chiedersi a che punto esattamente il «vaso» si è rotto, per tentare di comprendere quando, se, e su quali basi sarà eventualmente possibile tornare a rimetterne insieme i cocci. Sui negoziati di Camp David sono state già dette molte cose. Probabilmente troppe. Perché subito dopo il loro fallimento, il 25 luglio 2000, ciascuna parte si è preoccupata di addossare all’altra la responsabilità di quanto avvenuto. Dato che anche queste trattative si sono svolte, così come quelle di Oslo I e Oslo II 1, secondo il principio «nothing is agreed until everything is agreed» 2, non sono mai stati pubblicati verbali o minute cui oggi si possa fare riferimento per ricostruire gli esatti confini della verità. Certo è che per Israele le offerte negoziali alla parte palestinese, soprattutto quelle riguardanti Gerusalemme, lasciavano scoperti molti dei punti più sensibili della sua storia, cultura e società. È a questo punto che il vaso ha cominciato a scheggiarsi in maniera irreparabile: gli israeliani non hanno compreso perché i palestinesi non hanno accettato le loro proposte neanche come base di negoziato, tanto da astenersi dal fare controproposte.
Vi sono casi in cui è possibile affermare con ragionevole certezza cosa sia avvenuto, perché risulta da testimonianze convergenti sia di parte israeliana che palestinese, sia pure animate, ovviamente, da scopi diametralmente opposti. In un suo libro 3, Shlomo Ben Ami, già ministro degli Esteri e principale negoziatore israeliano a Camp David oltre al primo ministro Ehud Barak, racconta che quando si discuteva del problema di Gerusalemme, Clinton chiese al negoziatore palestinese Sa’eb ’Arīqāt di andare a riferire ad Arafat alcune sue proposte e di «chiedergli una risposta entro un’ora; se non accetta, voglio delle controproposte».
1. Oslo I è la definizione con cui viene comunemente indicata la Dichiarazione dei princìpi (Dop), firmata nel giardino della Casa Bianca il 13 settembre 1993. Si trattava di una svolta epocale: l’Olp, grazie al riconoscimento di Israele, smetteva di essere un’organizzazione terroristica per il mondo intero; il «diritto ad esistere» di Israele veniva riconosciuto dai palestinesi, il popolo al centro del conflitto mediorientale, che così offriva allo Stato ebraico la chiave di accesso al mondo arabo. Venivano inoltre poste le premesse per la nascita di un’Autonomia nazionale palestinese (Anp) nei Territori, e per il rientro di Arafat a Gaza dopo lunghi anni di esilio a Tunisi. L’accordo di Oslo II è invece l’intesa (conclusa il 28 settembre 1995) che ha regolato le relazioni tra le due parti nel cosiddetto «periodo interinale», prima cioè che iniziassero le trattative finali sulle questioni più delicate: Gerusalemme, rifugiati, confini, risorse idriche, status della «futura entità palestinese» (vale a dire, nascita o meno di uno Stato sovrano palestinese).
2. Si tratta di un principio basilare costante in negoziati tanto complessi, confermato anche pubblicamente dallo statement emanato dal presidente Clinton a conclusione del vertice: «Le parti si sono impegnate in discussioni senza precedenti, che toccano le questioni più sensibili che le dividono e per lungo tempo considerate off limits. Secondo il principio operativo per il quale nulla è concordato fin quando tutto non è concordato, esse non sono certo vincolate a nessuna proposta discussa durante il summit. In ogni caso, anche se non è stata raggiunta un’intesa, sono stati registrati passi avanti significativi su questioni cruciali» (Reuters, 25/7/2000, h. 19.00).
3. SH. BEN AMI, Quel avenir pour Israel?, ed. Puf, Presses Universitaires de France, 2001, p. 120.
4. ’Akram Haniya, redattore capo del quotidiano di Rāmallah al-Ayyām, ha pubblicato su quest’ultimo, dal 29 luglio al 10 agosto 2000, «The Camp David Papers», una vera e propria cronistoria del vertice secondo l’ottica palestinese. L’episodio citato è descritto alle pp. 96-97.
5. Il riferimento è in particolare alle risoluzioni dell’Onu 242 e 338. Si noti comunque che la prima non è affatto oggetto di interpretazione unanime da parte della comunità internazionale. Secondo la versione in francese, infatti, essa richiede un ritiro integrale da tutti i Territori occupati da Israele nel 1967 («des territoires occupés»); mentre secondo la versione in inglese, più favorevole agli israeliani, essa richiede un ritiro «da» e non «dai» Territori occupati.
6. S H. BENAMI, op. cit., pp. 100-103.
7. Sulle ragioni del fallimento di quel vertice, anch’esso presieduto da Clinton, si veda l’articolo di A. S CHIAVO sulla Rivista di Studi Politici Internazionali, anno 2001, n. 271 pp. 431-444.
8. Le trattative di Tābā permisero effettivamente di compiere ulteriori e significativi passi in avanti, soprattutto sulle questioni di Gerusalemme e dei confini/insediamenti (sia sul fronte della maggiore contiguità dei territori del futuro Stato palestinese che dell’«assottigliamento» delle aree attorno agli insediamenti ebraici).
9. I dettagli del compromesso proposto saranno illustrati in seguito. Per ora basterà ricordare che esso effettivamente infrangeva per la prima volta in maniera ufficiale (vale a dire nel corso di trattative condotte dallo stesso governo israeliano, e non – come nel caso dell’accordo informale Beilin-Abu Mazen del 1995 – da negoziatori senza mandato) il «tabù» di «Gerusalemme, eterna, unita ed indivisibile capitale di Israele».
10. SH. BEN AMI, op. cit., p. 100.
11. «The Camp David Papers», pp. 9-10, 59 e 77.
12. Sono eloquenti le affermazioni di Ben Ami a questo proposito: «Quando gli ebrei hanno pregato per 2000 anni di ritornare a Gerusalemme, non era certo a Koufar Hakeb (nome ebraico di Kafr ’Ᾱqab), Semīrāmīs o Wādī al-Janz che pensavano. Parlavano della Gerusalemme “ebraica”. (…) Se l’accordo fosse stato concluso (sulle basi proposte dagli israeliani, n.d.a.) Israele avrebbe avuto come capitale internazionalmente riconosciuta la Gerusalemme ebraica più estesa della sua storia. Era la Gerusalemme di cui sognava Ben-Gurion nel suo famoso discorso alla Knesset del 1949» (p. 122).
13. Per il pacchetto negoziale proposto dagli israeliani, si vedano sia il citato libro di Ben Ami (pp. 113-114) che «The Camp David Papers» (p. 50).
14. Si tratta delle proposte per un’eventuale ripresa delle trattative che Clinton rese pubbliche, in occasione di un suo intervento all’Israeli Policy Forum di New York il 7 gennaio 2001, pochi giorni prima della sua uscita di scena. I parametri, elaborati personalmente dal presidente sotto la propria responsabilità, rappresentano i criteri che a suo giudizio avrebbero dovuto ispirare la pace finale tra israeliani e palestinesi, ma non i termini esatti dell’accordo, rimesso alla valutazione diretta delle parti. I parametri sono stati integralmente pubblicati sul quotidiano Ha’aretz del 9 gennaio 2001 (vedi anche www.haaretzdaily.com).
15. S. HATTIS ROLEF, Political Dictionary of the State of Israel, Ed. The Jerusalem Publishing House, p. 164.
16. «The Camp David Papers», cit., pp. 48-51.
17. «The Camp David Papers», cit., p. 95.
18. Ovviamente si discusse anche di garanzie internazionali per l’accesso ai Luoghi santi di tutte e tre le religioni, ma la riflessione su questo tema si arenò quando divenne evidente l’impossibilità di individuare la «soluzione-quadro» attinente alla divisione politica (e non solo «funzionale») della sovranità.
19. «The Camp David Papers», cit., p. 65.
20. «The Camp David papers», cit., pp. 29-40.
21. Questa ambiguità è riconosciuta anche dal capo delle delegazioni israeliane ad Oslo I e II, Uri Savir, nel suo libro The process. 1100 days that changed the Middle East (New York, Ed. Random House), in particolare nel capitolo «Contrasts and contradictions» (pp. 93-120), dove illustra le conseguenze sui successivi sviluppi del processo di pace della dottrina di sicurezza israeliana nei Territori.
22. Tale impostazione ebbe anche l’avallo degli Usa, come confermato in una lettera che nel gennaio ’97, al momento della firma degli accordi per il ritiro da Hebron, l’allora segretario di Stato Warren Christopher aveva inviato al primo ministro Binyamin Netanyahu: «A hallmark of US policy remains our commitment to work cooperatively to seek to meet the security needs that Israel identifies».
23. Si veda la sopra menzionata pubblicazione di Caterina Micelli, pp. 66-67.
24. Che tale fosse l’aspettativa di Arafat è confermato anche da Ben Ami. Nel suo libro Quel avenir pour Israel ? cit., p. 143) l’ex ministro degli Esteri scrive: «Personalmente sono persuaso, pur senza averne delle autentiche prove, che ad Oslo si era lasciato credere ai palestinesi che in fin dei conti avrebbero potuto ottenere tutto o quasi tutto, e che gli Accordi di Oslo comportavano l’ultimo compromesso che erano obbligati ad accettare. Arafat era dunque persuaso che al momento definitivo non avrebbe dovuto fare nuove concessioni. Si era lasciato convincere che prima dei negoziati definitivi, nel quadro del terzo ridispiegamento dell’esercito israeliano che avrebbe dovuto precederli, avrebbe ottenuto il 91% dei Territori».
25. È eloquente la frase del rais riportata da ’Akram Haniya, uno dei negoziatori palestinesi a Camp David e consigliere del presidente Arafat, nei «The Camp David Papers» pubblicati dal 29 luglio al 10 agosto 2000 sul quotidiano palestinese al-Ayyām (p. 94). In un suo colloquio con Clinton, che stava allora esperendo gli ultimi tentativi per salvare il negoziato, Arafat avrebbe dichiarato: «You say the Israelis moved forward. They are occupiers. They are not being generous: they are not giving from their pockets, they are giving from our land. I am only asking that UN resolution 242 be implemented. I am only speaking about 22% of Palestine, Mr. President» («i Territori occupati corrispondono al 22% della Palestina del mandato britannico, il resto essendo compreso all’interno dei confini israeliani internazionalmente riconosciuti»).
26. SH. BEN AMI, op. cit., p. 111.
27. SH. BEN AMI, op. cit., p. 127.
28. Allocuzione di Clinton all’Israeli Policy Forum di New York, 7/1/2001.
29. Sul problema della contiguità territoriale dello Stato palestinese furono registrati notevoli progressi nel corso dei successivi negoziati di Tābā (vedi, oltre al testo di Ben Ami, p. 112, la stampa internazionale ed israeliana specializzate sulla materia e www.monde-diplomatique.fr). Sembra inoltre che a Camp David gli israeliani si fossero mostrati molto flessibili quanto allo smantellamento dei propri insediamenti a Gaza, e che a Tābā fosse stato raggiunto un accordo sulla loro totale evacuazione, oltre a quelli di Hebron e Qriyat Arba’ nella West Bank.
30. «The Camp David Papers», pp. 47-48.
31. Quotidiano israeliano Ha’aretz, 25/9/2000.
32. Per frontiere esterne si intendono quelle tra la futura «Palestina» e gli altri Stati arabi, che Israele avrebbe voluto poter supervisionare per controllare l’eventuale afflusso di armamenti, soprattutto pesanti, nel giovane Stato palestinese.
33. Una parte importante della dottrina di sicurezza di Israele, elaborata da autorevoli leader laburisti come Yigal Allon, Galili e poi sostenuta dallo stesso Rabin, è basata sul controllo della Valle del Giordano. Tanto che i governi laburisti hanno dato impulso allo sviluppo degli insediamenti proprio in questa area, incluso Rabin che soleva distinguere tra «insediamenti di sicurezza» (cioè quelli importanti per la difesa strategica di Israele, e quindi situati lungo la Linea Verde ad ovest o il Giordano ad est) e quelli «politici» (cioè voluti per motivi elettorali interni, fondati nel cuore della Cisgiordania e a suo avviso fonte solo di inutili tensioni coi palestinesi).
34. Si veda il testo di BEN AMI, pp. 128-132, e «The Camp David Papers», pp. 47-48 e 91-92.
35. Non è dato sapere se questa proposta di compromesso fu avanzata da parte americana (come sostiene Ben Ami) o palestinese (come sostiene Haniya). Ciò che conta, comunque, è che sia israeliani che palestinesi la accettarono come base di discussione.
36. La «Catastrofe» che ha colpito il popolo palestinese quando è stato proclamato lo Stato di Israele. Ancora oggi, quando gli israeliani celebrano il loro giorno di indipendenza, i palestinesi commemorano l’inizio della loro diaspora.
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